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DOMANDE GENERALI

Il termine prescrizionale nei confronti della Struttura sanitaria e del medico libero professionista è di dieci anni, mentre nei confronti del medico dipendente della Struttura è di cinque anni. In entrambi i casi il termine decorre dal momento in cui il soggetto ha avuto percezione del danno e della sua riconducibilità ad una azione od omissione del medico.

Il coniuge, o convivente stabile, i figli, i genitori, i fratelli, i nipoti da figlio e da fratello, i nonni, i cugini.

No. Ogni legittimato ha diritto ad essere risarcito per il proprio dolore a prescindere dal numero dei familiari: solo il risarcimento per i danni subiti dalle vittime prima di morire è riservato agli eredi secondo le leggi successorie.

Non è possibile fare una statistica precisa; certo è che prima di iniziare una causa occorre un approfondito studio interdisciplinare (medico-legale, medico specialistico e avvocato) per valutarne la convenienza.

Si, essendosi il paziente affidato in tutto e per tutto al medico professionista, è su questo che ricade la responsabilità per le conseguenze avverse, perché è lui che ha deciso la cura e la ha attuata.

Senz'altro si. Nel penale vige la presunzione di innocenza mentre nel civile la "quasi presunzione" di colpevolezza. È pertanto consigliabile ricorrere alla denuncia penale sono in ipotesi di danno grave, avuto riferimento alle conseguenze ed alla grossolanità degli errori.

È necessario che prima di intraprendere qualsiasi pratica il medico fornisca al proprio paziente informazioni veritiere e complete (comprendendo pure valutazioni sui pericoli per la salute intrinseci ai trattamenti da attuare) sul suo stato di salute, utilizzando un linguaggio il più possibile comprensibile.
Nel corso della realizzazione del trattamento il paziente ha diritto di conoscerne i risultati e le prospettive di successo, potendo anche chiedere la sospensione del trattamento stesso, qualora i benefici ottenuti siano inferiori agli effetti collaterali prodotti.

Il rifiuto del trattamenti sanitari è sempre un diritto del paziente.
Tuttavia, il medico deve verificare che la scelta del malato sia consapevole e priva di condizionamenti tali da invalidarne la formazione della volontà.
Una volta verificato che il rifiuto delle cure è frutto di una scelta autentica e consapevole, il medico non può che prenderne atto e fermarsi, anche se non intervenire implichi l'aggravamento dello stato di salute del paziente.
In tal caso il medico non può essere chiamato a rispondere di nulla, poiché di fronte a un rifiuto ponderato delle cure la sua astensione da qualunque tipo di attività sanitaria risulta necessaria se non addirittura doverosa.

Ai sensi degli articoli 138 e 139 del Codice delle Assicurazioni (Decreto legislativo n. 209 del 2005), per danno biologico s'intende la "lesione temporanea o permanente all'integrità psico-fisica della persona, che incide negativamente sulle attività quotidiane e sulle relazioni di vita del danneggiato. Tale lesione è suscettibile di accertamento medico-legale ed è indipendente dalla capacità di produrre reddito".
La definizione di danno biologico (danno non patrimoniale risarcibile) risulta complessa, essendo costituita da più elementi. Il danno biologico, infatti, è costituito da una lesione dell'integrità psico-fisica (salute) che:

  • può essere temporanea (e quindi avere un momento iniziale e una fine) o permanente (durare per tutta la vita della persona danneggiata);
  • incide sulle attività quotidiane e sulle relazioni di vita del danneggiato (si pensi ad esempio a una persona che, in seguito a un intervento chirurgico al braccio, non è più in grado di dedicarsi al tennis, sport che praticava come hobby);
  • è indipendente dalle capacità di produrre reddito (il danno biologico non è necessariamente incompatibile con la continuazione dello svolgimento del proprio lavoro. Pensando all'esempio di cui sopra, la persona riesce comunque a insegnare, nonostante abbia riportato danni al braccio in seguito a un a un intervento chirurgico);
  • è suscettibile di accertamento medico-legale, ciò significa che la determinazione dell'esistenza di un danno biologico, al fine di ottenere un eventuale risarcimento, passa necessariamente attraverso la visita di un medico legale, il quale in primo luogo valuta la gravità del danno biologico, e poi calcola il punteggio relativo alla perdita dell'integrità psico-fisica in base ad apposite Tabelle dei Tribunali periodicamente aggiornate che costituiscono parametri convenzionali di valutazione del danno biologico stesso.
Negli ultimi anni, poi, è divenuto dominante un orientamento giurisprudenziale che vede il danno estetico entrare a far parte del danno biologico. Per danno estetico s'intende la lesione che altera o deturpa l'aspetto esteriore della persona, pregiudicando i suoi rapporti interpersonali. In base a questo attuale orientamento, quindi, il danno estetico non va liquidato a parte, ma di esso il Giudice deve tener conto nella liquidazione del danno biologico.

Nel caso di attività sanitarie svolte da un'équipe medica o da più medici anche non contestualmente la responsabilità del medico è regolata dal cosiddetto principio dell'affidamento.
In virtù di questo principio "ciascun medico può contare sul coretto svolgimento delle mansioni affidate agli altri medici, siano essi membri di una stessa équipe o colleghi che hanno svolto la propria attività, relativamente allo stesso paziente, anche in tempi diversi".
Ogni medico deve dunque interessarsi all'attività degli altri colleghi svolta in modo contestuale o precedente alla propria, vagliandone la correttezza e, qualora fosse necessario, rimediando a eventuali lacune operative.

Il riconoscimento del diritto al risarcimento del danno causato dalle vaccinazioni obbligatorie è stato riconosciuto solo nel 1990, allorquando la sentenza n. 307 della Corte costituzionale ha dichiarato "l'illegittimità costituzionale della mancata previsione di un indennizzo per la persona danneggiata da una vaccinazione obbligatoria".
Nel 1992 è stata approvata la Legge n. 210, che all'articolo 1 "attribuisce a chiunque abbia riportato, a causa di vaccinazioni obbligatorie, lesioni o infermità, con conseguente menomazione permanente della propria integrità psicofisica il diritto a un indennizzo da parte dello Stato". Tale indennizzo è esteso anche a coloro che presentano danni irreversibili causati da trasfusioni di sangue e, dal 2002, agli operatori sanitari che abbiano riportato danni permanenti conseguenti a infezione contratta dal contatto con sangue infetto.
Attualmente i benefici previsti per le persone danneggiate da vaccinazioni obbligatorie o da trasfusioni sono i seguenti:

  • assegno rivalutato annualmente;
  • indennità integrativa;
  • assegno una tantum pari al 30% dell'indennizzo per il periodo che va dall'evento dannoso al conseguimento dell'indennizzo stesso;
  • in caso di morte, un assegno una tantum a favore del coniuge, dei figli, dei genitori o dei fratelli inabili al lavoro, tutti se a carico (in alternativa all'assegno di cui al punto 1);
  • esenzione dalla spesa sanitaria;
  • indennizzo aggiuntivo se il paziente ha contratto più di una malattia.
Solo nel caso in cui la commissione medico ospedaliera competente a conoscere della domanda di indennizzo abbia emesso parere negativo, è ammessa l'azione davanti al Giudice ordinario.

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