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  • 27/12/2012 Fonte: repubblica.it

    Il super computer mette il camice

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  • 18/12/2012 Fonte: repubblica.it

    Errori medici, il 62% delle Asl non ha l'assicurazione

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  • 11/12/2012 Fonte: ilgiornale.it

    Sempre più medici denunciati. Ma è colpevole uno su cento

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  • 19/11/2012 Fonte: La Stampa

    Meno letti e personale Aumenta la mortalità tra i neonati prematuri.

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  • 18/11/2012 Fonte: Corriere della Sera

    Le pecche dell’assistenza denunciate dai malati.

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  • 17/11/2012 Fonte: Il Messaggero

    Errori in corsia, una guida per i medici.

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  • 10/11/2012 Fonte: Il Giornale

    La mia sanità era corrotta? Ma ora è peggio.

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  • 08/11/2012

    Malattia, meglio visitare i pazienti

    Rischia il danno erariale il medico curante che sottoscrive certificati di malattia senza accertare la patologia dei propri assistiti. Infatti, nella sua attività, egli deve porre la massima attenzione nel compilare i certificati dei propri pazienti, con particolare riguardo ai lavoratori dipendenti pubblici. In particolar modo quando le patologie sono ricorrenti, il medico non può fondare la propria certificazione sulle semplici dichiarazioni dei propri pazienti, ma deve abbinarla ad esami strumentali che avvalorino i sintomi dichiarati. In caso contrario, non può che rimarcarsi una grave negligenza nello svolgimento dell`attività medica.

    È quanto ha sancito la sezione giurisdizionale della Corte dei conti Toscana, nel testo della recente sentenza n. 479/2012 che ha condannato un medico di base «colpevole» di aver stilato numerose certificazioni mediche nei confronti di un proprio paziente, dipendente pubblico, il quale li ha successivamente utilizzate per evitare di andare al lavoro e dedicarsi alla piena attività di «bomber» in una squadra di calcio militante in Lega Dilettanti.

    Posto che il comportamento doloso del dipendente è stato accertato come foriero di danno erariale, pari alle retribuzioni percepite durante il «falso» periodo di malattia, oltre alla rifusione del danno all`immagine per l`eco che la vicenda ha avuto sui mezzi d`informazione, i] collegio toscano ha altresì stigmatizzato la condotta del medico curante che, di fatto, ha agevolato la commissione dell`illecito. Condotta che ha portato alla conclusione di dover rifondere l`erario, ancorché in via sussidiaria, per oltre 10 mila euro di danno.

    Nel caso in esame, ha sottolineato il collegio, si è in presenza di 39 certificazioni di malattia che il medico ha stilato a favore del soggetto convenuto. Certificazioni che, essendo fondate spesso sulle semplici dichiarazioni dello stesso, evidenziano «una grave negligenza nello svolgimento dell`attività medica». La negligenza del medico, quindi, ha portato il dipendente/calciatore a potersi assentare (formalmente in maniera ineccepibile) dal servizio con grave danno per l`Erario. Infatti, una condotta più attenta avrebbe portato il medico ad abbinare le certificazioni delle patologie ad esami strumentali che avrebbero potuto avvalorare o meno, sul piano oggettivo, i sintomi dichiarati dal proprio paziente e non, invece, a fondarle su semplici dati soggettivi.

     

    Fonte: Italia Oggi dell'8.11.2012


  • 02/11/2012

    Vince la causa ma niente soldi. «Regione in crisi»

    Prima danneggiata in modo irreparabile da un intervento chirurgico sbagliato. Poi vessata dall`infinita burocrazia giudiziaria dipanata in quindici anni di processi, prima penali e poi civili, per dimostrare che aveva ragione. E alla fine, quando l`ultima carta da bollo era stata firmata e approvata, l`umiliazione finale: l`ospedale rifiuta di pagare il risarcimento danni perché la Regione Lazio ha troppi debiti e non ci sono soldi in cassa. Qui c`è anche il dettaglio crudele, perché la lettera che chiudeva l`ultimo spiraglio è arrivata proprio recentemente, più o meno in contemporanea alle spese pazze di alcuni consiglieri regionali che hanno portato alle dimissioni dell`intera giunta. «Alla luce di quanto è emerso negli ultimi giorni con lo scandalo alla Regione Lazio mi  chiedo: se sono una cittadina a tutti gli effetti con diritti e doveri perché non posso avere il mio risarcimento danni?», scrive Roberta Biolghini oggi cinquantenne. E racconta, aiutata dalla madre, una storia che comincia nel 1997 quando lei che all`epoca ha 34 anni e  un figlio di 13 viene sottoposta a un intervento chirurgico all`ospedale San Giovanni di Roma. Le devono asportare un neurinoma, un intervento tutto sommato semplice, le dice il primario che la opera senza neppure farle firmare un consenso informato. Quando esce dalla sala operatoria, Roberta è completamente sorda e con una paresi che le blocca mezza faccia visto che durante l`intervento le sono stati letteralmente tagliati alcuni nervi del volto. Il suo viso di donna giovane, che la mamma descrive come «molto bello» con gli  anni è stato parzialmente migliorato grazie ad ulteriori interventi, l`udito non è mai tornato. Di qui comincia un lungo e complicato iter giudiziario. Prima la causa in sede penale che porta alla condanna del primario di neurochirurgia per lesioni gravi. Quindi, il procedimento civile per ottenere un risarcimento danni. Le udienze partono nel 2004 e subiscono anche un lungo stop. Il perito incaricato di quantificare i danni subiti da Roberta entro due mesi dal conferimento della missione, consegna la propria relazione dopo oltre una anno. Pare che fosse un collega del primario accusato, di certo anche per lui scatterà un procedimento disciplinare e civile per accertare la causa del ritardo. Finalmente, nel 2010, il magistrato da ragione a Roberta e quantifica il risarcimento in 500mila euro. Il problema è che nel frattempo il rimario è diventato nullatenente, forse un caso o più probabilmente un modo per mettersi al riparo da un verdetto annunciato. Dovrebbe pagare l`ospedale ma ecco che alcune settimane fa arriva la risposta all`avvocato di Roberta, Laura Minetti: «L`atto di intimazione risulta irrituale, nullo ed inefficace, essendo stato notificato in vigenza della legge di stabilità 2011». In sostanza, dice l`ospedale San Giovanni, la signora Biolghini non può essere risarcita perché la Regione non ha soldi e il piano di stabilità prevede di bloccare i risarcimenti. «Non so se la famiglia andrà avanti a questo punto - spiega l`avvocato Minetti - quel che è certo è che la scelta della Regione Lazio è quantomeno arbitraria. La Campania che vive un`analoga situazione di commissariamento sulla sanità le colpe mediche le paga».

     

    Fonte: Il Messaggero del 2.11.2012


  • 21/10/2012

    Il Consiglio nomini il garante alla Salute

    Il leader del Movimento Diritti Civili, Franco Corbelli, promotore della legge per l`istituzione del Garante della Salute della Calabria, approvata all`unanimità dal Consiglio regionale il 30 giugno 2008, in una nota diffusa ieri alla stampa, ha definito «la mancata nomina del Garante, a distanza di oltre quattro anni dall`approvazione della legge e dopo oltre tre anni dall`espletamento del bando(con oltre 100 domande presentate), uno scandalo».

     Corbelli, prosegue la nota, ha invitato «ancora una volta l`Assemblea legislativa regionale a procedere subito alla nomina del Garante della salute per dare risposte ai problemi della gente e per evitare che si ripetano casi di malasanità». «Non si può continuare - ha sostenuto - a calpestare i diritti delle persone. Con una sanità calabrese oramai allo sfascio e al collasso, con i cittadini che non sanno più a chi rivolgersi per vedere rispettato il loro diritto fondamentale all`assistenza sanitaria, il Consiglio regionale continua irresponsabilmente e colpevolmente a rinviare la nomina del Garante. Discutono e approvano di tutto nell`aula di Palazzo Campanella, anche le cose più irrilevanti e grottesche. Solo la nomina del Garante viene puntualmente accantonata e rinviata. Alla luce dei tanti casi di malasanità che continuano purtroppo a verificarsi in Calabria, chiedo al Consiglio Regionale di nominare e istituire subito il Garante della salute, una struttura di straordinaria utilità ed efficacia, una grande opportunità per i calabresi, un punto di riferimento semplice immediato ed efficace».

     

    Fonte: Il Quotidiano della Calabria del 21.10.2012


  • 18/10/2012

    La società che assicurava le Usl ha nascosto al Fisco 75 milioni

    Assicuravano di tutto. Aziende, privati, intere Usi. Alcuni mesi fa stavano per vincere perfino l`appalto da 76 milioni di euro promosso dalla Regione Veneto per tutelare tutti gli ospedali del territorio: erano stati i soli a partecipare alla gara, snobbata dalle altre Compagnie. Ma la «Societatea de Asigurare Reasigurare City Insurance» è un gigante con i piedi d`argilla. Questa è la teoria della guardia di finanza di Venezia, che da mesi indaga sulla società con sede in Romania ma che gestirebbe buona parte dei propri affari in Italia in collegamento (è il sospetto della Direzione investigativa antimafia di Napoli) con alcune società in odore di camorra. Dopo aver bloccato il bando regionale, ieri gli investigatori hanno scoperto che in cinque anni la società ha incassato, tra polizze e fidejussioni, circa 75 milioni di euro sui quali il fisco, finora, non aveva mai messo le mani. Tolti gli otto milioni di spese per la gestione, il resto verrà sottoposto a tassazione: allo Stato spettano circa venti milioni. Dal 2 luglio la City Insurance è finita nella lista nera dell’Isvap, l`Istituto che vigila sulle assicurazioni, che ha vietato alla compagnia di stipulare nuovi contratti. Nata nel 1998, i finanzieri hanno scoperto che inizialmente si limitava ad assicurare i bagagli dei viaggiatori romeni. Poi, nel 2005, l`approdo in Italia (dove raccoglie il 90 per cento del volume d`affari) e i grossi appalti vinti in campo sanitario. Un salto di qualità dicono gli investigatori - raggiunto dopo essere finita sotto il controllo occulto del broker napoletano Giuseppe De Cristoforo e di suo figlio Marcello. Secondo i militari, l`attuale presi  dente, Nicolae Musai, un personaggio molto in vista in Romania, non è che una «testa di legno», una pedina nelle mani di un gruppo di intermediari italiani  L’Isvap ha scoperto che la società assicurava centinaia di medici a fronte di un capitale sociale che ammonta a meno di 16 milioni di leu, la moneta locale, che tradotti in euro fanno circa tre milioni e mezzo. Troppo poco per tutelare gli enti pubblici dalle cause, a cominciare da quelle per malasanità. «Il capitale appare non adeguato con conseguente grave rischio di insolvenza», si legge in una relazione redatta dall`Istituto di vigilanza. Stando a documenti Isvap, in Italia la City Insurance ha un suo rappresentante fiscale e si affida a dodici intermediari. Sono società «broker», tutte con sede in Campania e riconducibili a Giuseppe de Cristoforo, che ne coordinava le attività, organizzandone mezzi e dipendenti. «Esiste una governance solo formale in Romania e una governante sostanziale della società stabilmente insediata in Italia e attuata attraverso lo schermo di alcune società». Ed erano proprio questi intermediari a intascarsi buona parte dei profitti grazie a «elevatissime percentuali provvigionali». I milioni di euro incassati grazie ai contratti, invece di finire alla società venivano invece spartiti tra persone e imprese vicine ai broker, facendo figurare quei versamenti come pagamenti per «non meglio precisate prestazioni di consulenza». In Italia si decideva tutto: dall`istruttoria per il rilascio delle polizze fideiussorie alla valutazione dei rischi . Un comportamento, lascia intuire l`Isvap, portato avanti con la «copertura» dellTsc (la commissione romena che si occupa della supervisione delle compagnie assicurative) che alle richieste di informazioni che arrivavano dall`Italia ha risposto «in modo tardivo, interlocutorio, incompleto, impreciso e contradditorio». Su tutto lo spettro della malavita: Dada Spa, proprietaria del 96,4% della società romena, è collegata alla Liginvest, finita sotto inchiesta. Stando alle dichiarazioni di un pentito faceva fidejussioni per le gare di appalto cui partecipavano ditte collegate a clan camorristici. Ipotesi smentita dall`avvocato Gennaro Lepre: «Nessun soggetto titolare in via diretta o indiretta di quote della City Insurance è mai stato ne condannato ne mai processato per camorra». In Veneto, fino a pochi mesi fa, la City Insurance aveva stipulato contratti di assicurazione con le Usi di Thiene, San Dona, Venezia, Mirano, Chioggia, Adria e Rovigo, le Aziende ospedaliere di Padova e Verona. «I cittadini possono stare tranquilli: tutte hanno sciolto gli accordi con la società romena e ne hanno stipulati di nuovi», assi cura l`assessore alla Sanità, Luca Coletto, che per primo aveva mosso sospetti sull`affidabilità della Compagnia. «Dal prossimo anno le Usi si dovranno invece auto-assicurare per i danni inferiori al mezzo milione di euro».

     

    Fonte: Corriere di Verona del 18.10.2012


  • 10/10/2012

    Morì per una trasfusione Infetta Maxi risarcimento agli eredi

    Morì per una trasfusione Infetta Maxi risarcimento agli eredi

     

    Morire, e vivere, di malasanità e malagiustizia. La vicenda che andiamo a raccontare è una sintesi di questimali. Vittima una donna marsicana che, nell`aprile 1981, per una banale ulcera sanguinante, dovette far ricorso alle cure di una struttura sanitaria convenzionata con il pubblico. Alla donna, che al tempo aveva poco più di quarant`anni, a causa delle sue condizioni vennero praticate fino a maggio inoltrato delle trasfusioni. Concluso il ciclo delle terapie, però, qualcosa non andava e la donna accusò altri problemi di salute. Qualche tempo dopo si riuscirà ad accertare che aveva contratto l`Epatite C, patologia gravissima e ad alta contagiosità, che le procurerà una serie di malattie fino a portarla al decesso nel 2008. Causa della malattia una partita di sangue, emoderivati e plasma derivati infetta e non controllata, in dotazione alle strutture pubbliche e convenzionate, inviata dal Ministero della Sanità, ora Ministero della Salute. Per la povera donna, nel momento  in cui accertò le cause dei suoi immensi patimenti, iniziò un doppio calvario. La qualità della sua vita, infatti, subì un crollo visti i continui ricoveri, le terapie, il precario stato di salute e la limitatezza e difficoltà di rapporti sociali a causa dell`alta contagiosità del virus. Nel 2006, poi, ha inizio la battaglia giudiziaria con l`avvio della causa contro il Ministero. Unica buona notizia venne dalla Cassazione che ha riconosciuto il diritto al risarcimento del danno, e non più al mero indennizzo, dichiarando una responsabilità oggettiva, per mancato controllo, in capo al Ministero. La donna, ormai utrasessantenne, nel 2008, a causa di una gravissima malattia epatica, conseguenza dell`Epatite C, morì. La giustizia, intanto, è andata avanti con le sue procedure e i suoi tempi biblici. Alla morte della donna, data la natura della causa, il giudizio è stato portato avanti dagli eredi. Ora, il giudice monocratico dell`Aquila, Antonella Camilli, ha accolto il ricorso presentato dagli avvocati, riconoscendo agli eredi della sfortunata donna marsicana Ministero un risarcimento di 440.000 euro, pari a poco meno di 852 milioni delle vecchie lire.

     

    Fonte: Il Tempo del 10.10.2012


  • 28/09/2012

    Allarme in ritardo La Novartis si pente

    Nuovo capitolo sul caso vaccini: la multinazionale del farmaco Novartis si pente. «In futuro informeremo prima il ministero della Salute e l`Agenzia italiana del farmaco (Aita) di eventuali contrattempi dice Rino Rappuoli, 60 anni, alla guida mondiale della Ricerca vaccini di Novartis e già medaglia d`oro al merito della sanità pubblica. Se fosse possibile tornare indietro (e visto il ritiro dal mercato di 3 milioni di vaccini per grumi dentro le fiale, ndr), comunicheremmo con le autorità a fine settembre, invece che il 18 ottobre. Così, forse, avremmo potuto evitare fraintendimenti».

    Dopo lo stop ai 3 milioni di vaccinazioni (di cui 500 mila già in commercio), si è aperto, infatti, un giallo sui dati rimasti segreti per settimane nello stabilimento di Siena della Novartis. Almeno i farmacisti erano stati informati dal ottobre dei ritardi nella produzione e del fatto che il Fluad (uno dei tipi di vaccinazione bloccata) non sarebbe arrivato sui banchi: il ministero della Salute e l`Aita, invece, sono stati tenuti all`oscuro di tutto fino al 18 ottobre. «Quando la scorsa estate ci siamo accorti di anomalie su un lotto di 100 mila dosi, abbiamo voluto capire qual era il problema - spiega Rappuoli -. Potevamo informare subito le autorità, noi abbiamo preferito prima andare a fondo. Appena chiarito tutto e stilato il report abbiamo informato il ministero. Ma la campagna di vaccinazione antinfluenzale era già iniziata e si è creato il caos. Oggi non ci comporteremmo più così». Novartis ribadisce, comunque, che non ha mai messo in commercio il lotto di vaccini su cui è stata riscontrata l`anomalia (un quantitativo di aggregati proteici, ossia particelle del vaccino, ben superiore alla norma). «Nella campagna influenzale attualmente in corso in Europa - sottolinea ancora Rappuoli - i nostri vaccini influenzali stagionali sono stati ampiamente somministrati e non sono stati riportati effetti collaterali». La speranza della Novartis adesso è di chiarire tutto con il ministero della Salute e l`Aita e riprendere, quindi, la commercializzazione dei vaccini. «Continueremo a collaborare con le autorità per fornire l`ulteriore documentazione richiesta e le informazioni che le autorità riterranno necessarie - assicura Rappuoli -. Siamo convinti che i nostri vaccini siano sicuri».

     

    Fonte: Il Corriere della Sera del 28.09.2012


  • 24/09/2012

    Come si perdono i giovani talenti negli ospedali italiani

    Forse sono poco informato, però conosco bene vari casi concreti. prendo come esempio una situazione riferita alla sanità pubblica, ma il problema è molto più generale ed esteso. La nuova normativa vieta di rinnovare incarichi a tempo definito a medici ospedalieri. Per riassumerli non basta più la finzione di un breve periodo di pausa, è invece necessario indire un concorso per un posto di ruolo.
    La prima lettura suggerisce la lodevole intenzione di stroncare l`endemico male del precariato. Ogni ospedale può stabilizzare quei medici che da anni vi lavorano e danno buona prova di sé, nell`interesse generale e cioè di tutti.
    Non è però concesso di indire concorsi per i prossimi anni e anche se fosse possibile farlo, gli ospedali non sono in generale in grado di sopportarne la spesa. Quindi, la normativa si traduce di fatto in un esteso licenziamento di personale sanitario (e non solo sanitario), con relativa chiusura o ridimensionamento di reparti e di interi piccoli ospedali. È difficile non pensare che questo fosse il fine reale del provvedimento. Esso non toglie il precariato, ma anzi getta in un precariato ancora più profondo categorie di persone che non lo meritano e che la società non avrebbe interesse alcuno a penalizzare. Abbiamo sovvenzionato per anni corsi di dottorato, formando non pochi studiosi e professionisti di valore, che però le università (che li avevano selezionati) o altre istituzioni non sono state in grado di assumere e che ora svolgono i più incredibili mestieri per sopravvivere, gettando alle ortiche le loro competenze.
    Ma per tornare al mio esempio, ecco un medico che, con sacrifici e pagato, ha conseguito una specializzazione di alta qualità e internazionale riconoscimento grazie al suo maestro universitario. Non può continuare la carriera accademica, sopravvivendo con occasionali borse di studio, perché non è ricco, e allora trova un incarico presso un ospedale. Qui il primario del reparto è, per ragioni di età, ignaro delle nuove tecniche che il giovane collega reca con sé; il reparto si giova ora di centinaia e centinaia di nuovi interventi chirurgici che estendono la fama dell`ospedale e la sua utilità pubblica. Ma ecco che la nuova normativa impedisce la riassunzione del brillante chirurgo (che se fosse andato in tempi più favorevoli in Svizzera o in Germania oggi sarebbe un professionista molto ben pagato). La situazione diventa allora la seguente: o il reparto ridimensiona i suoi interventi, sino al limite della chiusura; oppure assume a tempo determinato un altro medico di prima nomina, inevitabilmente meno titolato ed esperto di quello che ha perduto e che comunque non potrà riassumere in futuro. Ed è così che una tradizione di saperi si disperde: il più giovane non ha accanto nessuno che lo formi e chi potrebbe farlo deve cercarsi un altro impiego qualunque, ricorrendo anzitutto al sussidio di disoccupazione: ultima mortificante beffa e ulteriore uso perverso delle pubbliche risorse.
    Si sente dire insistentemente che tra i mali della sanità lombarda ci sia l`ingerenza indebita nelle carriere ospedaliere di Comunione e liberazione. Non so se questo corrisponda a verità, ma ora alla prevaricazione privata si aggiunge la subdola manovra pubblica, che taglia la quantità senza tener presente la qualità, di fatto rendendoci più poveri, non più ricchi. Senza parlare del danno reale e intollerabile inferto al destino di tanta gente, ignara di tutte queste manovre, ma che di fatto perde la salvaguardia della salute, passando di mano in mano, senza immaginare che cosa sta dietro questa girandola, che cosa rischia e che cosa perde. La nave affonda e noi buttiamo a mare come zavorra quei giovani e valenti ufficiali che potrebbero salvarla

    Fonte: L’Unità del 24.09.2012
  • 07/09/2012

    Vive per 23 anni con un tubo lasciato nella pancia

    «Oggi mi chiedo perché il mio medico non avesse preso sul serio quei malesseri, perché li abbia sempre rubricati a una generica e persistente colite, un`idea sbagliata che mi ha cambiato la vita e qualche volta l`umore. Ma soprattutto mi chiedo come sia stato possibile che, per due volte, il pronto soccorso d`uno dei più importanti ospedali cittadini mi abbia dimesso senza prescrivere esami più approfonditi. Quelli che avrebbero consentito di scoprire la verità».
    F. S. è una donna di 42 anni, sposata, due bambini, un buon lavoro come dipendente della Regione Liguria. E però ha scoperto che più di metà della sua esistenza - quasi 23 anni - l`ha trascorsa con un tubo del diametro d`una sigaretta, e lungo dodici centimetri, nell`addome: lo strascico inimmaginabile di un appendicite e dell`operazione per risolverla, risalente al 1989. Ma c`è voluta -letteralmente - una vita per scoprirlo, finché una Tac gliel`ha svelato senza fronzoli e lei ha deciso di rivolgersi alla Procura. La sua odissea è ora un`inchiesta per lesioni colpose in mano al sostituto procuratore Stefano Puppo (la "vittima" è assistita dal legale Rodolfo Senes), nella quale rischia d`essere coinvolto un gruppo abbastanza corposo di medici: da chi le ha lasciato il «sistema di drenaggio» dentro, prima di chiudere la ferita, a quelli che nel tempo e con un po` di superficialità l`hanno sempre congedata con una pacca sulla spalla, spiegandole che con quel dolore ricorrente avrebbe dovuto imparare a coesistere, tanto non era nulla d`insostenibile. Oggi F. S. è arrabbiata: «Perché non ho deciso in autonomia di fare lo screening che avrebbe fotografato la situazione reale? I dottori, proprio loro, mi hanno sempre tranquillizzato. E io ho semplicemente creduto a quel che mi dicevano». Flashback, allora. È il 1989 quando, ai tempi studentessa, F. S. si sottopone a un`appendicectomia. Il centro dove l`intervento va un po` storto, perlomeno nella conclusione, è l`Evangelico di Genova Castelletto, il quartiere dov`è cresciuta a vive ancora.
    Dimessa in pochi giorni, nel giro d`un mese F. S. inizia a star male. Porta spesso la mano all`altezza dello stomaco, si lamenta in casa e non capisce. Chiede la consulenza del proprio medico, che la conosce da tempo e che non si scompone più di tanto: «E una probabile colite, nulla più» la prima diagnosi. I riflessi del tubo dimenticato, per un lustro, non le complicano granché la quotidianità. Ma fra il 1996 e il 1997 ci risiamo. E in due occasioni decide di andare al pronto soccorso, sempre al Galliera. Sul primo foglio di dimissioni si certifica una «possibile forma colitica...si consiglia l`assunzione di farmaci antispastici». In sintesi: il male è fastidioso, ma tutto sommato non parrebbe nulla di che. La seconda volta l`abbaglio è forse più marchiano. Si sospetta infatti una «stipsi», in soldoni una forma di stitichezza. «Praticamente dicevano che era colpa del mio fisico, ma non era esattamente così...». In effetti no, e s`è dovuto dare tempo al tempo per svelare un arcano sempre più doloroso.
    Novembre 2011, allora. Le fitte addominali di F. S. adesso sono insostenibili. Ha gestito due gravidanze, nel frattempo. E però non c`è stata un`ecografia, un altro esame che abbia permesso di accendere la luce. Lei sa che quel dolore, sempre il solito dolore stavolta troppo forte, non può essere una semplice colite. A questa, ancora una volta, pensa il medico, che nel frattempo è cambiato. E pure il precedente, interpellato a scopo consultivo, non si schioda dal primo convincimento prescrivendole una terapia a base di antinfiammatori. Però. Il nuovo dottore non è convinto, chiede un`ecotomografia all`Ist da cui si evince una «immagine lineare a binario di non univoca interpretazione».
    C`è qualcosa, dentro F. S., ma non si capisce cosa. Il responso cruciale arriva con la Tac successiva: «Corpo estraneo in regione centro-addominale, tipo piccolo-catetere». L`intervento per rimuoverlo è l`ultima fatica. Fissato alla metà del marzo scorso al Galliera, prevede una procedura poco invasiva. Si trasforma invece in una/aparotomia (incisione tout-court dell`addome) per sanare l`incubo con ventidue anni di ritardo.
    Impossibile, dopo una storia così, non denunciare qualcuno. «Spesso non ho potuto mangiare quel che volevo. E spesso ho litigato con le persone perché stavo male, e non ne capivo la ragione».

    Fonte: Il Secolo XIX del 7.09.2012
  • 05/09/2012

    Medici, responsabilità a lunga gittata

    Il medico è tenuto, in forza del cosiddetto contatto sociale, a fare tutto quanto è nelle sue capacità per la tutela della salute del paziente e tale obbligo permane anche quando non può erogare la prestazione che gli viene richiesta.
    Ancora una volta la Cassazione è chiamata ad intervenire su un caso di malasanità dall`esito infausto: la morte di un giovane ragazzo per shock settico e stasi ematica pluriviscerale terminale, derivante da un banale ascesso dentario non adeguatamente curato, «evento estremamente raro, non prevedibile nella comune pratica medica». Per i Supremi Giudici si sarebbe trattato di un`ipotesi di omicidio colposo (ex arti. 41-589 c.p.), addebitabile «per colpa generica e per colpa specifica, consistita nella violazione delle leges artis» a tutti i sanitari (nel caso di specie ben cinque) che, nei giorni precedenti il decesso, avevano avuto in cura il ragazzo: ciascun medico, infatti, nonostante avesse riscontrato la grave infezione dentale in cui versava, non aveva provveduto (chi per un motivo, chi per un altro) né a praticargli un`incisione che, come anche sostenuto dal perito di ufficio in sede di dibattimento, avrebbe potuto quantomeno bloccare l`ascesso (tra l`altro resistente alla terapia antibiotica), evitandone, così, l`evoluzione nociva; ne, tanto meno, ad informare con una certa precisione l`ulteriore specialista presso il quale lo avevano indirizzato.
    La responsabilità degli imputati, si legge nella sentenza 13547/2012, emerge dalla circostanza che il decesso era avvenuto perché «nessuno dei sanitari aveva inciso l`ascesso o aveva contribuito, con la propria opera professionale, a consentire la erogazione delle appropriate terapie».
    Quanto al nesso causale - chiariscono gli ermellini - «in tema di colpa medica, in presenza di una condotta colposa posta in essere da un determinato soggetto, non può ritenersi interattiva del nesso di causalità una successiva condotta parimenti colposa posta in essere da altro soggetto, quando essa non abbia le caratteristiche dell`assoluta imprevedibilità ed inopinabilità; condizione, questa, che non può in particolare configurarsi quando, nel caso di colpa medica, tale condotta sia consistita nell`inosservanza, da parte del soggetto successivamente intervenuto, di regole dell`arte medica già disattese da quello che lo aveva preceduto».

    Fonte: Italia Oggi del 5.09.2012
  • 02/09/2012

    La tragedia del Talidomide e le scuse dopo mezzo secolo

    Troppo poco e troppo tardi. Non sempre è possibile sintetizzare con una frase i sentimenti collettivi, ma le scuse dell`azienda farmaceutica tedesca Grünenthai, responsabile tra la fine degli Anni Cinquanta e l`inizio del decennio successivo delle terribili malformazioni subite da 10.000 bambini in tutto il mondo per gli effetti collaterali del farmaco Talidomide, non sono servite a mitigare il dolore e la rabbia delle vittime e dei loro familiari.
    «Chiediamo perdono per i cinquanta anni nei quali non abbiamo trovato il modo di aprire un dialogo con voi da essere umano a essere umano e esprimiamo tutto il nostro più profondo rammarico per quanto è accaduto», ha detto l`amministratore delegato della Grünenthai, Harald Stock, a Stolberg, in Nord Renania-Vestfalia, dove si trova la sede della compagnia, nel corso di una cerimonia in cui è stata inaugurata una piccola scultura di bronzo, costata 5.000 euro.
    È stata ricordata così la tragedia senza dubbio più grave della storia della medicina, ma a Stolberg non c`era quasi nessuno dei sopravvissuti tedeschi. «Si tratta di una vergogna che ci sia voluto così tanto tempo», ha detto a Liverpool il cinquantaduenne Freddie Astbury, nato senza braccia e senza gambe dopo che alla madre era stata prescritta il Talidomide per curare disturbi legati alla gravidanza. «Ho cercato a lungo senza successo di convincerli del loro comportamento criminale», ha dichiarato un`altra vittima britannica, Gèoff Adams-Spink. In Australia, gli avvocati di Lynette Rowe, anch`essa priva dalla nascita di tutti gli arti, hanno definito le scuse della Grünenthai «piene di ipocrisia». «L`azienda tedesca - hanno aggiunto - sta portando avanti da sempre una strategia calcolata per mettersi al riparo dalle conseguenze morali, giuridiche e finanziarie che sono state il frutto della sua negligenza e delle sue decisioni».
    La vicenda del Talidomide ha avuto un seguito per anni nelle aule dei tribunali di molti Paesi per il problema dei risarcimenti, che sono stati ritenuti largamente insufficienti (quando ci sono stati) da parte delle associazioni delle vittime. La Grünenthai, che non ha mai riconosciuto le proprie responsabilità, ha sostenuto di avere messo a disposizione un totale di 500 milioni di euro, ma non è mai stato chiaro come questi stanziamenti siano stati effettivamente ripartiti. Nel caso della Germania, per esempio, le persone colpite godono di un sussidio mensile di 1.116 euro pagato da un fondo al quale la compagnia tedesca contribuisce. In altre nazioni dove il farmaco è stato commercializzato l`attesa non è ancora finita. «In Italia solo da pochi anni abbiamo visto riconosciuto un indennizzo da parte dello Stato, visto che le aziende a cui è stato venduto il brevetto sono fallite o scomparse, ma alcuni nostri associati stanno affrontando problemi burocratici. Dalla Grünenthai abbiamo visto per cinquanta anni solo un muro di gomma», spiega il presidente dell`Associazione Thalidomidici italiani, Vincenzo Tornasse. Secondo le cifre a sua disposizione le vittime italiane del Talidomide ancora in vita sono circa 300 su un totale di circa 6-700, molte delle quali sono morte proprio per le conseguenze delle malformazioni provocate dal farmaco. Come tutte le tragedie, anche questa ha portato con sé una lezione. «All`epoca non si pensava proprio che fosse possibile un simile effetto di una sostanza chimica sulla riproduzione - sottolinea il farmacologo Silvio Garattini - e fu proprio dopo la vicenda del Talidomide che è diventato obbligatorio fare dei test per vedere gli effetti in gravidanza. Questo, e l`introduzione della farmacovigilanza, hanno fatto sì che in cinquanta anni non ci siano più stati casi così gravi». Insomma, i controlli sono diventati più rigorosi. Sempre che le aziende farmaceutiche non agiscano fuori dai confini della legalità, magari nel Terzo Mondo, come immagina John Le Carré ne li Giardiniere tenace.

    Fonte: Corriere della Sera del 2.09.2012
  • 25/08/2012

    Errori sanitari, proposta un’Authority che filtri le richieste di risarcimento

    Un’authority-filtro che eviti speculazioni sugli errori sanitari: è questa l`ultima proposta che arriva nel dibattito su come arginare il contenzioso medico-legale che nel nostro paese ha raggiunto vette da primato. L`idea è di Antonio Palagiano, presidente della commissione d`inchiesta della Camera sugli errori in campo sanitario, sulla scorta di altri esempi europei.
    L`authority, secondo quanto spiega, dovrebbe essere composta da medici, avvocati e docenti di diritto, e fare da filtro preliminare per vagliare tutte le richieste d`indennizzo nei casi gravi di presunta colpa medica, Palagiano: potrebbe dar e un parere alla magistratura fornendo un parere autorevole, ma non vincolante, prima di investire un tribunale. «Per gli episodi gravi precisa Palagiano - questa autorithy dovrebbe recarsi sul posto ed esprimere un parere preliminare che sia d`indirizzo per la magistratura». Una struttura ispirata a quella del Regno Unito, il Good medical practice commettee (o comitato per la buona pratica medica), che potrebbe così fare da «deterrente a eventuali cause giudiziarie destinate a concludersi con insuccesso».
    Ma a rendere ancora più incandescente il dibattito in questi giorni c`è lo spot trasmesso dalla Rai dell`associazione Obiettivo risarcimento, società di avvocati e medici legali che promette aiuto alle vittime della malasanità, aspramente criticato da Cgil-Medici, associazioni e sindacati di anestesisti e ginecologi come Amami, Aaroi-Emac e Sigo.

    Fonte: Il Messaggero del 25.08.2012
  • 21/08/2012

    Assicurazione bonus-malus per medici. Una scorciatoia dannosa alla sanità

    Con la legge 833 del 1978 l`Italia ha istituito il Servizio sanitario nazionale: il Governo si impegna a garantire a tutti di potersi curare indipendentemente dalla sua condizione sociale, i soldi vengono dalle tasse. Prima di questa legge non c`era di fatto diritto alla salute nonostante fosse sancito dalla Costituzione. Ma noi non siamo abbastanza gelosi del nostro Servizio sanitario. Così finiremo per perderlo, col contributo di tana, compresi quegli avvocati senza scrupoli che fanno pubblicità on line («Seguiamo solo casi di malasanità», «Vittima di cure sbagliate? Fatti risarcire, consulenza senza anticipo spese») o attraverso giornali e televisione e persino volantinando fuori dall`Ospedale. Negli Stau Uniti lo fanno da anni e così le cure sono sempre meno buone. Capita in certi ospedali di non trovare più neurochirurghi o traumatologi disposti a operare in emergenza: il rischio di denunce è diventato troppo alto. E poi chi ha voglia di questi tempi di spendere metà dello stipendio per assicurarsi? Da noi è sempre più difficile trovare compagnie disposte ad assicurare gli ospedali, e quando si trovano il premio è altissimo. Così le spese per l`assicurazione incidono in modo importante sui costi della sanità e sottraggono risorse con cui si potrebbe fare molto per gli ammalati. Che fare? Assicurare tutti i medici del servizio sanitario nazionale con una polizza unica stipulata dal Governo. Quale compagnia rifiuterebbe una commessa così?
    Il ministro Balduzzi sta pensando anche a un sistema bonus-malus come quello dell`auto che premi i medici che non sbagliano. Funzionerà? Non è detto. Quello che chiamano errori o malasanità di solito sono incidenti che capitano a chi fa troppo. Per avere il bonus e proteggersi da denunce i medici faranno più esami ma ogni procedura anche se fatta a regola d`arte aumenta la possibilità di incidenti. Ogni Tac non necessaria porta ad altri esami, altri interventi e possibili guai. E il bonus-malus allontanerà i medici dalle cose più complicate: quell`uomo non più giovane con diabete e tanto d`altro che qualche tempo fa nel mio ospedale ha ricevuto un trapianto di fegato, rene e pancreas adesso sta bene. L`avremmo fatto in regime di bonus-malus? E il trapianto di due reni a quell`avvocato di 83 che non voleva finire i suoi giorni in dialisi (chi ha donato quei reni era una donna di 85 anni)? Queste cose non le fanno tutti, chi le fa rischia certo di più. È malasanità? Niente affatto.

    Fonte: Corriere della Sera del 21.08.2012
  • 17/06/2012

    Negli ospedali italiani tanti «incidenti» evitabili

    Complicazioni in sala operatoria, cadute, infezioni, reazioni allergiche a farmaci: incidenti inattesi, non sempre dovuti a errori medici, che si verificano in ospedale e possono mettere a rischio la salute dei pazienti. Nel nostro Paese, in media cinque ricoverati su cento sono vittime di «eventi avversi», che in più della metà dei casi potrebbero essere evitati. Le conseguenze? Il prolungamento della degenza, una disabilità al momento della dimissione e, in un caso su dieci, il decesso del paziente. Sono i principali risultati di uno studio italiano finanziato dal ministero della Salute e coordinato dal Centro gestione rischio clinico della Regione Toscana che si è avvalso della supervisione di un gruppo di ricercatori internazionali. Gli autori dello studio, che sarà pubblicato sulla rivista internazionale «Epidemiologia e prevenzione», hanno esaminato un campione di più di 7 mila cartelle cliniche di 5 ospedali italiani: Niguarda di Milano, Careggi di Firenze, San Filippo Neri di Roma, Azienda ospedaliera-universitaria di Pisa e Policlinico di Bari. L' obiettivo? Individuare con criteri scientifici, riconosciuti a livello internazionale, la frequenza di eventi avversi durante i ricoveri, capire se è possibile prevenirli e quali conseguenze provocano in termini di danni al paziente. «Finora il nostro Paese era uno dei pochi a non disporre a livello nazionale di studi sugli eventi avversi, cioè incidenti inattesi e indesiderati, non attribuibili alla malattia del paziente ma alla gestione sanitaria - chiarisce uno degli autori dello studio, Riccardo Tartaglia, coordinatore nazionale del Comitato tecnico delle Regioni per la sicurezza delle cure - . I dati italiani sono in linea con quelli di altri Paesi europei, come l' Olanda o la Francia, o addirittura migliori di quelli internazionali, che fanno registrare in media una percentuale di circa il 9 per cento di eventi avversi. Si tratta comunque di "numeri" importanti». Per intenderci, se questo tasso di incidenza si estendesse al numero di ricoverati nel 2010, circa 11 milioni, significherebbe che si verificano circa 550 mila eventi avversi l' anno, di cui più della metà prevenibili. «Contrariamente ad altri studi - precisa Tartaglia - il nostro evidenzia che il maggior numero di eventi avversi avviene in area medica e non in quella chirurgica, che però segue a breve distanza. Altre aree maggiormente interessate sono il pronto soccorso e l' ostetricia». Chirurghi italiani, dunque, più bravi dei colleghi stranieri? «Operare secondo protocolli scientifici e adottare check-list per la sicurezza dei pazienti in sala operatoria sono buone prassi che aiutano a ridurre eventi avversi ed errori» commenta Marco d' Imporzano, presidente del Collegio italiano dei chirurghi e della Società italiana di ortopedia e traumatologia. Eppure, secondo uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine, le richieste di indennizzo da parte di pazienti che intraprendono azioni giudiziarie nei confronti dei medici per presunti errori vedono ai primi posti proprio la chirurgia, in particolare quella cardiovascolare, ortopedica e, negli Stati Uniti, la neurochirurgia. La ricerca evidenzia che in media più di sette medici su cento ricevono una richiesta di risarcimento, riconosciuta però dai giudici soltanto nell' 1,6% dei casi. «Alcuni interventi chirurgici sono ad altissimo rischio clinico e l' aumento vertiginoso del contenzioso giudiziario per casi di presunta malpractice sta spingendo soprattutto i chirurghi più giovani a evitare queste procedure, per timore di azioni legali - sottolinea d' Imporzano - . Inoltre, diventa ogni giorno più difficile stipulare polizze assicurative, che vengono disdette dalle compagnie alla prima segnalazione di sinistro medico-legale». Lo studio italiano, comunque, puntava a individuare eventi avversi al fine di prevenirli. «Rispetto ad altri Paesi, da noi risulta più alta la stima di incidenti che potrebbero essere evitati: il 56,7% contro il 43% registrato all' estero - puntualizza Tartaglia -. È la conferma che occorre insistere sulle misure di prevenzione per contenere il numero di eventi avversi ed errori, migliorando la qualità delle cure. Il ministero della Salute e l' Agenzia nazionale dei servizi sanitari regionali hanno reso disponibili, sui rispettivi siti web, raccomandazioni e buone pratiche per la sicurezza del paziente, basate su evidenze scientifiche: possono permettere di ridurre su larga scala gli eventi avversi prevenibili».

     

    Fonte: Corriere della Sera del 17.06.2012
  • 17/06/2012

    Perché il dottore commette l' errore? Spesso per il lavoro eccessivo e lo stress

    Formazione inadeguata, mancata adozione di linee guida e di protocolli clinici basati su evidenze scientifiche, carenza di comunicazione tra operatori sanitari e mancanza di un sistema per registrare gli incidenti. Sono le principali cause di eventi avversi ed errori, evidenziate da una ricerca pubblicata a marzo sulla rivista scientifica British Medical Journal. Fattori di rischio confermati anche dai medici italiani, che però individuano nell' eccessivo carico di lavoro e nello stress i principali responsabili di incidenti. Lo afferma quasi un dottore su due, in base a uno studio - pubblicato sulla rivista Quality & Safety Health Care edita dal British Medical Journal - che ha coinvolto tra il 2006 e il 2007 un campione di circa un migliaio di professionisti in 18 ospedali italiani. «Anche se la maggioranza degli operatori sanitari ritiene utile il cosiddetto Reporting and Learning System, cioè il sistema di registrazione degli incidenti per imparare da ciò che non ha funzionato, meno della metà lo utilizza segnalando l' evento avverso» spiega Riccardo Tartaglia, del Centro gestione rischio clinico-Regione Toscana, che ha partecipato allo studio. I motivi? «Manca nel nostro Paese una cultura della segnalazione degli eventi avversi - sottolinea l' esperto -. Non è ancora una priorità analizzare e discutere l' evento per capire i motivi per cui si è verificato. Non si tratta, ritengo, di timori legati alle possibili conseguenze giudiziarie, quanto di remore psicologiche, come la paura di perdere la reputazione tra i colleghi». Eppure, ricorda Sharon Kleefield, docente all' Harvard Medical School: «Errare è umano e si può sbagliare, non solo nel mondo della sanità, ma è fondamentale imparare dagli errori. Certo, sono più a rischio aree critiche come la medicina di emergenza, la terapia intensiva, la chirurgia; un altro momento pericoloso per i malati è il cambio di turno tra gli operatori. Diversi studi scientifici hanno dimostrato che a minacciare la sicurezza dei pazienti in sala operatoria è anche lo scarso lavoro di squadra».

     

    Fonte: Corriere della Sera del 17.06.2012


  • 06/06/2012

    Censis, sanità negata per 9 milioni di italiani: frena la spesa pubblica

    Sanità negata. Oltre 9 milioni di italiani hanno denunciato che non possono accedere ad alcune prestazioni sanitarie di cui avevano bisogno per mancanza di soldi.

    Di questi, 2,4 milioni sono anziani, 5 milioni vivono in coppia con figli e 4 milioni risiedono nel Sud del Paese. È questa la drammatica fotografia scattata dal Censis in occasione del "Welfare Day.

    Secondo i risultati della ricerca "Il ruolo della sanità integrativa nel Servizio sanitario nazionale", i piani di rientro e di spending review hanno determinato un crollo verticale del ritmo di crescita della spesa pubblica per la sanità. Si è passati da un tasso di incremento medio annuo del 6% nel periodo tra il 2000 e il 2007 a una crescita del 2,3% nel periodo tra il 2008 e il 2010. La flessione si registra soprattutto nelle regioni con piano di rientro: qui si è passati dal 6,2% a meno dell’1% di crescita media all'anno. "La spesa sanitaria privata è aumentata più che nel periodo pre-crisi", fa notare il Censis segnalando una crescita del 2,2% medio annuo nel periodo tra il 2000 e il 2007 rispetto a una crescita del 2,3% negli anni compresi tra il 2008 e il 2010 (l’incremento complessivo nel periodo tra il 2000 e il 2010 è stato del 25,5%). Secondo i dati della ricerca del Censis, il 77% di chi ricorre al privato, lo fa a causa della lunghezza delle liste d’attesa. Il 31,7% degli italiani parla, infatti, di una sanità in peggioramento nella propria regione, con un balzo di 10 punti percentuali in più nel 2012 rispetto al 2009, quando erano il 21,7%. Le persone che avvertono invece un miglioramento sono diminuite di oltre 7 punti percentuali.

    Nel 2015 è previsto un gap per circa 17 miliardi di euro tra le esigenze di finanziamento della sanità e le risorse disponibili nelle regioni. "I tagli alla sanità pubblica - spiega la ricerca - abbassano la qualità delle prestazioni e generano iniquità. Per questo è prioritario trovare nuove risorse aggiuntive per impedire che meno spesa pubblica significhi più spesa privata e meno sanità per chi non può pagare". In Italia la sanità complementare è un universo composto da centinaia di fondi integrativi, a beneficio di oltre 11 milioni di assistiti, che svolgono un ruolo ampiamente sostitutivo e colmano i vuoti dell’offerta pubblica. La ricerca del Censis ha riguardato 14 fondi sanitari per oltre 2 milioni di assistiti e importi richiesti per prestazioni pari a oltre 1,5 miliardi di euro nel triennio compreso tra il 2008 e il 2010. Il 55% degli importi dei fondi integrativi ha riguardato prestazioni sostitutive fornite in alternativa a quelle dei livelli essenziali di assistenza del servizio sanitario. Il restante 45% degli importi ha riguardato prestazioni integrative. Tra le varie tipologie di Fondi integrativi esistenti, sono i Fondi aziendali, rispetto a quelli istituiti dalla contrattazione collettiva nazionale, a garantire in misura maggiore la copertura anche alle famiglie degli iscritti.

     

    Fonte: Il Giornale del 6.06.2012


  • 18/05/2012

    Sanità Lazio: Tdm, boom segnalazioni su carenze pronto soccorso

    Cittadini laziali alla ricerca delle informazioni perdute sui loro diritti in sanità. Più che in passato. Alle denunce su presunti errori medici e liste di attesa, sempre più in crescita, quest'anno si registra un vero e proprio boom di segnalzioni sulle carenze dei pronto soccorso. E' quanto emerge dal III Rapporto Pit Salute Lazio presentato oggi a Roma da Cittadinanzattiva Lazio all'interno del suo quarto congresso regionale, con il quale fra oggi e domani l'associazione rinnova i suo vertici.La terza edizione del Rapporto presenta i risultati del progetto realizzato da Cittadinanzattiva Lazio 'La salute prima di tutto. Programma di educazione, informazione e tutela ai cittadini del Lazio', con il contributo della Regione. Il Rapporto descrive la sintesi di un anno d'ascolto, promozione e tutela dei diritti nell'ambito della salute dei cittadini, che quotidianamente si rivolgono al servizio Pit Lazio, Pit Latina e alle sedi del Tribunale per i diritti del malato presenti sul territorio e fa riferimento ai 4.101 contatti gestiti nel periodo che va dal 1 gennaio al 31 dicembre 2011.In testa alla classifica delle segnalazioni resta la richiesta di informazioni e orientamento che cresce dal 18,21% nel 2010 al 18,89% nel 2011; al secondo posto la denuncia di presunti errori diagnostici e terapeutici, passati dal 17,21% nel 2010 al 17,89% nel 2011; quindi l'area del pronto soccorso ed emergenza, con una impennata nelle segnalazioni passate dall'1,15% del 2010 all'11,03% del 2011; al quarto posto il rapporto con i medici e il personale sanitario, le cui segnalazioni aumentano dall'8,7% del 2010 al 10,18% del 2011. E ancora. Al quinto posto l'invalidità e handicap, anch'esse in crescita dal 5,46% nel 2010 al 7,67% nel 2011; al sesto le denunce sulle liste di attesa, che registrano un 5,54% nel 2011 a fronte di un 5,04% nel 2010. Pronto soccorso, invalidità ed handicap, rapporto con medici e personale sanitario, sono i problemi esplosi nel corso dell'ultimo anno, come si evince dall'aumento in termini percentuali delle segnalazioni fra 2010 e 2011: rispettivamente +10%, +2%, +1,5%."La crisi ormai cronica dei pronto soccorso e più in generale della rete dell'emergenza urgenza, così come il carico insostenibile che grava su medici e pediatri di base, rende urgente la convocazione di una conferenza regionale sulle cure primarie per riorientare le professionalità mediche sanitarie, sociali e assistenziali e partire dall'istituzione, ormai inderogabile, dell'infermiere di famiglia", afferma Giuseppe Scaramuzza, segretario regionale di Cittadinanzattiva Lazio. Inoltre, ad avviso di Scaramuzza, ''occorre aprire i 2.000 posti di Rsa promessi da 4 anni; dar vita in ogni distretto socio sanitario ad un presidio territoriale delle cure primarie aperto 24 ore al giorno per 7 giorni su 7; e, a livello più generale, rafforzare il ruolo di programmazione della Regione, lasciando alle Asl la responsabilità di garantire le prestazioni ai propri assistiti, attraverso accordi di fornitura con i soggetti erogatori sia pubblici che privati". Insomma, esplode il problema dell'emergenza e del pronto soccorso, che passa da poco più dell'1% delle segnalazioni nel 2010 a ben l'11% nel 2011. Un vero boom, un segnale di allarme per l'intero sistema sanitario regionale, che dal punto di vista dei cittadini appare particolarmente carente. "I cittadini - spiega il Tdm - ci hanno chiamato soprattutto per denunciare le difficoltà di accesso e la carenza del servizio (53%), per avere informazioni sul funzionamento della rete dell'emergenza e urgenza (35%) e per segnalare disservizi e mancato rispetto della persona (12%). Al di là degli episodi limite che 'fanno notizia', richiamando ciclicamente l'attenzione dei media nazionali e dell'opinione pubblica sul tema, nella nostra Regione il sistema dell'emergenza e dei pronto soccorso è evidentemente in una situazione di assoluta criticità".I cittadini che si sono rivolti a Cittadinanzattiva Lazio chiedono in gran parte informazioni e orientamento (18,89% delle segnalazioni) e in particolare in ben il 42% dei casi, sono disorientati su compiti e doveri dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta. A questo si aggiunge una percentuale del 30% che chiede informazioni sui servizi socio-sanitari. I presunti errori diagnostici e terapeutici rappresentano la seconda area, con il 17,89% del totale delle segnalazioni giunte al Pit Lazio. In particolare, riguardano gli interventi chirurgici (39%), gli esami diagnostici (26%), la somministrazione delle terapie (20%), la riabilitazione (9%), la gestione delle complicanze (6%). Tuttavia, solo in una piccola parte dei casi di presunto errore effettivamente sono ravvisabili i presupposti di procedibilità legale in termini di responsabilità medica. "Molto spesso - spiega il Tdm - sotto i presunti errori ci sono altre dimensioni: innanzitutto, i pazienti spesso denunciano di non essere ascoltati a sufficienza; e, soprattutto in ambito chirurgico, vi è un uso non efficace dello strumento del consenso informato, che ridotto troppo spesso a procedura burocratica, di fatto lascia il paziente in una posizione di ignoranza e debolezza rispetto al suo diritto a scegliere se assumersi o meno determinati rischi. Infine, anche se non meno importante, c'è il tema della compilazione della documentazione clinica che in molti casi ancora avviene a mano, con notevole aumento del ricorso all'interpretazione da parte dei vari lettori e relativo incremento del rischio di errore".Il non essere ascoltati sembra essere proprio uno dei maggiori problemi lamentati dai pazienti. Con una percentuale pari al 10,18% del totale delle segnalazioni e un aumento rispetto al 2010 (8,7%) di circa l'1,5%, il rapporto con i medici ed il personale sanitario ha un peso rilevante nel panorama dei disagi segnalati al Pit Lazio. Ad essere imputati di scarso ascolto sono in primo luogo i medici specialisti (41%), quindi i medici di medicina generale e pediatri di libera scelta (27%), seguiti dalla guardia medica (15%), infermieri e personale paramedico (11%), operatori del 118 (6%).


  • 11/05/2012

    La prevenzione degli errori. Il ruolo dei pazienti

    Secondo gli esperti intervenuti al 4° Congresso SISQT, il segreto per migliorare le cure e contenere gli errori clinici è una maggiore partecipazione dei cittadini alle decisioni riguardanti la propria salute. Ecco perché o pazienti possono e devono fare la loro parte per ridurre il rischio di sviste e incidenti.
    Un comportamento vigile e attento è il prezioso contributo che i pazienti possono dare alla lotta contro l’errore clinico, tanto che la Società ha provato a dare qualche consiglio all’utenza:
    1. Come prima cosa il paziente deve capire e farsi capire fornendo ai medici tutte le informazioni sul suo stato di salute. Ogni qual volta si reca in ambulatorio, ad esempio, deve essere sempre provvisto degli esami più recenti o della lista dei farmaci che sta assumendo. Il 15% degli errori medici, infatti, è proprio di tipo farmacologico;
    2. Fare attenzione quando un medico prescrive una medicina è fondamentale. Può capitare infatti che il farmacista fornisca al paziente un farmaco diverso da quello indicato, semplicemente per distrazione o per difficoltà a comprendere la grafia del medico.     Meglio dunque chiedere al medico di scrivere nel modo più chiaro possibile e, dato che il foglio della ricetta resta al farmacista, farsi lasciare un promemoria con le modalità di assunzione;
    3. È bene poi che tra medico e paziente si instauri un rapporto privilegiato che permetta al paziente di esprimere i propri dubbi e chiedere spiegazioni senza timori. Gli errori sono molto più frequenti quando medico e paziente comunicano poco e male;
    4. Domandare a medici e infermieri se si sono lavati le mani può essere una buona pratica: dalle 400 alle 800mila persone, infatti, contraggono infezioni in ospedale;
    5. Prima di sottoposi ad un intervento chirurgico, bisogna accertarsi che ciò che verrà fatto in sala operatoria sia molto chiaro al paziente e ai medici che eseguiranno l’intervento;
    6. Una volta ricoverato in ospedale il paziente deve immediatamente indossare il braccialetto identificativo, che oltre a facilitarne l’identificazione, garantirà maggiore sicurezza nel processo diagnostico-terapeutico;
    7. Una volta terminata la degenza in ospedale, al paziente dovrà essere rilasciata una lettera di dimissioni comprensibile, da consegnare al proprio medico di famiglia, per evitare qualsiasi tipo di disallineamento tra Ospedale e MMG, soprattutto per quanto riguarda le terapie da seguire nel periodo di post-ospedalizzazione.

     

    Fonte: Quotidiano Sanità dell’11.05.2012


  • 02/05/2012

    Sanità: studio GB, da medici di famiglia troppi errori prescrizione farmaci

    Sonora 'bocciatura' per i medici di famiglia britannici. Secondo uno studio del General Medical Council, infatti, questi dottori fanno troppi errori nel prescrivere i farmaci ai loro pazienti. In particolare, un paziente su sei avrebbe ricevuto una prescrizione sbagliata nell'ultimo anno. La ricerca, che ha passato al setaccio le ricette stilate per 1.200 pazienti, ha scoperto che le vittime di questi sbagli sono soprattutto anziani e giovanissimi. Ma la buona notizia è che, secondo il rapporto, molti errori sono minori, e alcuni sarebbero stati corretti dal farmacista prima che il farmaco sbagliato arrivasse nelle mani dei malati. Tuttavia, secondo i ricercatori, c'è spazio per un miglioramento: occorre potenziare la formazione rivolta ai medici di medicina generale, spiegano gli studiosi, e rinforzare i controlli sulle pratiche di prescrizione. Non solo, secondo gli scienziati sarebbe il caso di allungare i tempi della visita, per allentare la pressione sui medici stessi. "E' importante fare tutto il possibile per evitare ogni errore", sottolinea Tony Avery, responsabile del team. Ma quali sono gli sbagli messi in luce dalla ricerca? Il tipo più comune di errore riguarda informazioni incomplete sulla prescrizione, seguito da problemi con le dosi e i tempi di somministrazione dei medicinali. In totale il 18% dei pazienti è incappato in almeno una prescrizione errata nel corso dell'anno. Ma per gli 'over 75' il dato schizza al 38%, e anche per i bambini sotto i 14 anni le possibilità di uno sbaglio sono più alte della media, spesso a causa della difficoltà nel calcolare le dosi in modo corretto. In generale, solo il 4% degli errori è stato giudicato grave. E' il caso di pazienti allergici cui sono stati prescritti proprio i prodotti che scatenavano le loro reazioni, o degli errori su medicinali potenzialmente molto rischiosi. Tanto che lo stesso segretario alla Salute, Andrew Lansley, è intervenuto assicurando che il governo sta lavorando con i medici per migliorare le pratiche relative alla prescrizione di medicinali. Inoltre, anche in caso di sbagli, non mancano nel servizio sanitario i filtri a tutela della sicurezza dei pazienti. "La stragrande maggioranza delle prescrizioni - ha detto alla Bbc online - è controllata dai farmacisti di comunità, in grado di rimediare a eventuali errori quando i medicinali vengono dispensati".

     

    Fonte: Il Tempo del 2.05.2012


  • 14/04/2012

    Medici, troppe denunce da pazienti. Corsi di difesa, cresce la protesta

    Per "difendersì dalla valanga di denunce" che ormai piovono sulla sanità (con un +300% dal '94 ad oggi) ed evitare di essere trascinati in giudizi dai tempi incerti, chirurghi e ginecologi, ma anche medici estetici e ortopedici, tornano a sedersi tra i banchi di scuola per un vero e proprio "corso di sopravvivenza" anti-contenzioso.  Le denunce sono in aumento - lamentano i camici bianchi dell'associazione dei "Medici accusati ingiustamente di malpractice" (Amami), che promuove il corso - e le assicurazioni rifiutano di contrarre polizze che coprano il rischio. L'allarme nella categoria cresce, e dopo un intenso pressing parlamentare - culminato in due documenti parlamentare sul tema assicurazioni - si minacciano ulteriori proteste e anche scioperi.

    L'obiettivo del convegno romano è quello di orientarsi tra burocrazia, assicurazioni e leggi, ma anche tra le diverse psicologie dei pazienti, tassello fondamentale per "imparare a individuare i campanelli d'allarme che suonano prima di una denuncia infondata", spiega Maurizio Maggiorotti, presidente dell' Amami, che promuove il corso intitolato appunto "Sopravvivenza medico-giuridico-mediatico-assicurativa".

    La risposta "distorta" della medicina difensiva, con casi limite come il medico che ha rifiutato di operare una paziente perché già aveva denunciato un suo collega, - si è sostenuto nel corso del convegno -  non è sufficiente, visto che le denunce, secondo dati Ania, sono in continuo aumento e viaggiano ormai sulle 30mila l'anno, e quasi la metà non alle strutture sanitarie ma al singolo medico. Fino ad ora i medici, sempre più sotto attacco per casi di malasanità, errori o malpractice, hanno cercato riparo in prescrizioni sovrabbondanti o ricoveri non sempre indispensabili: un'indagine della commissione parlamentare d'inchiesta sugli errori sanitari rileva che quasi il 70% dei medici propone un ricovero non necessario mentre sei su dieci suggeriscono più esami del dovuto.

    "Prevenire è meglio che curare" secondo Amami, che punta a insegnare ai camici bianchi le strategie per evitare cause che una volta su tre vengono archiviate prima ancora di incominciare, e che finiscono con un giudizio di colpevolezza, soprattutto nel penale, in percentuali sotto le due cifre (sempre secondo un'indagine della commissione Orlando). Così a Roma una cinquantina di medici oggi si confronta con esperti di medicina legale, avvocati, magistrati. Ma anche giornalisti, perché "per sottrarsi alla 'gogna mediatica'" - dicono gli organizzatori - serve "avere una strategia comunicativa".

     

    Fonte: Repubblica del 14.04.2012
  • 07/04/2012

    Quel sottile confine tra la vita e la morte

    E’ appena passata la Pasqua, una festa che parla vita e di morte. Colgo l’occasione per parlare con voi di un tema che da tempo mi suscita interrogativi: i casi di cittadini e pazienti morti per cosiddetta «malsanità» – l’ultimo, tragico, l’altro giorno a Napoli, una donna madre di quattro figli – e insieme il nostro rapporto con i medici, le nostre (e le loro) paure.

    Dico subito che ritengo il termine “malasanità” tanto generico quanto inutilmente accusatorio. Come mostrano i dati, urlare alla malsanità, come fanno i giornali, serve solo ad aumentare le polizze assicurative dei medici e l’utilizzo della medicina difensiva (in sostanza interventi ed esami che tutelano soprattutto i medici, più che curare i malati) con danno dei pazienti. Tuttavia, confesso che mi capita sempre più spesso di incappare in medici indifferenti, che si mettono subito sulla difensiva, non ti ascoltano, ti danno esami che capisci già che non serviranno a nulla. Ma soprattutto non hanno nessuna profondità, cultura, senso della complessità, rispetto per il dolore.

    A rispondere in parte ai miei dubbi  è una bellissima lettera del dott. Gabriele Bronzetti mandata al filosofo Umberto Galimberti. Scrive il cardiologo che un collega che ha visitato una bimba di sei anni morta, dopo essere stata dimessa al pronto soccorso, può vedere distrutta la sua stessa vita, non solo professionale. Perché tutte le malattie possono avere un decorso umanamente imprevedibile e dei puntini rossi parlano di morbillo così come di una meningite fulminante. Insomma un medico bravo deve, oltre che discernere, essere molto fortunato. Il cardiologo di Bologna continua così: «Ai nostri giorni la la morte non è più percepita come possibilità, ma come complicanza. Se si muore vuol dire che qualcuno ha sbagliato e dunque deve pagare. Colpa del progresso che ci ha illusi di essere immortali. Inoltre gli ospedali sono diventati “aziende”, con l’assurdo effetto di assimilare la salute ad un prodotto. Certo noi medici abbiamo molte colpe per la perdita di sacralità e immunità del nostro lavoro, ma credetemi: la maggior parte delle volte e la morte sono separati da uno spazio sottolissimo e ineffabile, aldilà dell’umana comprensione».

    A perdere la sacralità della vita, sembra dire il dott. Bronzetti, siamo anche noi, nel momento in cui abbiamo perso ogni rapporto con la realtà della morte. Chi grida all’errore, spesso avvocati e società di assistenza che cercano di lucrare sui parenti disperati, non fa che acuire la sofferenza di chi ha subito una perdita, perché di fatto la rende ancor più inaccettabile.

    E poi, aggiungiamo noi, ci sono i tagli alla sanità, la burocrazia sanitaria, il dover render conto non solo ai pazienti ma anche agli amministratori, la precarietà che colpisce tanti medici, la fatica schiacciante, lo stress per noi inimmaginabile. Tutti aspetti che spingono chi fa questa professione al disincanto.

    Insomma i dottori non sono sempre responsabili così come facilmente li si immagina, anche quasi sempre dietro un presunto errore umano c’è un errore di sistema, una falla nelle procedure e nei controlli, non certo un’intenzione di causare del male.

    E però credo che ormai la paura di chiunque viene ricoverato in un pronto soccorso oppure sia attesa di una diagnosi sia  fondata. E quando vedo le file di studenti che, in migliaia, cercano di entrare a Medicina mi chiedo da cosa siano attratti. Soldi? O forse, più probabilmente, la speranza di fare una professione che conta, che serve? Non lo so, però già li immagino fare studi che gli daranno una formazione ma non una cultura, e diventare dei tecnici non tanto del corpo intero, già sarebbe un traguardo, ma di un piccolo pezzo di corpo, senza alcun rapporto con tutto il resto. Figuriamoci con le emozioni e i valori di chi è proprietario di quel corpo. Figuriamoci con la vita e la morte. Medici incapaci di trasmettere, anche solo con una stretta di mano, un senso di partecipazione, pietà, empatia.

    D’accordo, d’accordo, i medici non sono sacerdoti e a loro non si può chiedere ciò che non gli spetta. D’accordo, la freddezza emotiva è anche una difesa, di fronte al troppo dolore. Però coloro a cui affidiamo la cosa più preziosa che abbiamo, sia pure per un’operazione estetica, non possono essere così indifferenti, né così cinici. Perché la malasanità forse non sempre uccide, il cinismo sì.

    Mi piacerebbe conoscere le vostre storie.

     

    Fonte: Vanity Fair del 7.04.2012
  • 21/03/2012

    Malasanità, 760 denunce nel 2011

    Interventi di chirurgia estetica spacciati per asportazioni di cisti, medicine scadute, infermieri che usufruiscono di permessi retribuiti  per lavorare in strutture private  fino ai casi limite di medici che effettuano operazioni su pazienti sani senza nemmeno il 'consenso informato'. La sanità pubblica non gode certo di buona salute. A certificarlo con dati alla mano è stato il rapporto annuale dei carabinieri del Nuclei antisofisticazioni e Sanità (Nas) aggiornato ai primi due mesi del 2012.

    La crisi del settore è ben più grave di quanto si possa pensare guardando le immagini di malati curati per terra e sale d'attesa dei pronto soccorso che scoppiano. Negli ultimi due anni sono stati sequestrate apparecchiature e medicine per circa 20 milioni di euro. Poi ci sono gli arresti, le denunce e ben 10 reparti fatti chiudere per gravi irregolarità.

    Arresti e denunce per illeciti da Udine a Ragusa

    Solo nel 2011 sono state 2.588 le ispezioni effettuate dai Nas che hanno portato a 760 denunce penali e 1.777 sanzioni. La relazione dei carabinieri sottolinea una differenza sostanziale tra strutture pubbliche e private: nelle prime si registrano maggiori casi di malasanità, mentre in quelle che ricevono contributi economici dallo Stato aumentano gli episodi di truffe legate soprattutto all'esercizio del doppio lavoro o ad interventi non necessari.

    Da Nord a Sud gli esempi 'negativi' non mancano: un'indagine dei magistrati di Udine ha scoperto un gruppo di medici pagati da case farmaceutiche per consigliare solo i loro prodotti. A Ragusa invece un primario non solo alterava le liste d'attesa in favore di pazienti visitati nel suo studio privato, ma ha effettuato anche interventi su persone sane: in due casi avrebbe asportato un tumore che in realtà non esisteva, senza dimenticare una signora portata due volte nella stessa mattinata in sala operatoria per togliere la garza che era stata dimenticata nell'addome. E poi infermieri col doppio lavoro a Milano, persone senza titoli di studio ammesse a operare a Massa Carrara e dottori  che prescrivevano pillole a base di  sostanze stupefacenti a Cagliari.

     

    Fonte: lettera43.it del  21.03.2012


  • 14/03/2012

    Parti: meno sicurezza nei piccoli ospedali

    Un italiano su tre nasce con parto cesareo: questo il dato che emerge dalla recente indagine sui punti nascita effettuata dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sugli errori sanitari. La media nazionale è del 35,4%, ma questo valore aumenta fino al 44,7% nei punti nascita dove si registrano meno di 500 parti all’anno. In poche parole, nelle strutture più piccole in termini di posti letto e organico, e più in generale in quelle private, indipendentemente dalle dimensioni, si ricorre più frequentemente al cesareo, mentre in quelle medio-grandi si scende ad una percentuale del 33,1% fino ad arrivare al 32.8% nei punti nascita grandi con oltre parti 1000 l'anno, dove è possibile trattare patologie materne preesistenti o insorte in gravidanza, e dove spesso è presente il reparto di terapia intensiva neonatale (nel 27.6% dei punti nascita).

    Indicativo che il parto cesareo sia fatto nel 50,5% delle strutture private contro il 36,9% di quelle pubbliche. In media nei punti nascita italiani si effettuano circa 90 parti al mese, con un minimo di 28 parti nelle piccole strutture, ad un massimo di 290 in quelle più grandi. Il Trentino Alto Adige detiene ben il 53,8% delle strutture definite "piccole e fragili" per adempiere al meglio alla loro funzione, la Sicilia il 46,8% e la Campania il 43,8%. La partoanalgesia per i parti naturali viene effettuata, in media, nel 15.3% dei casi. L’indagine è stata condotta su 344 punti nascita su un totale di 570, distribuiti in 17 regioni. Per le strutture pubbliche con meno di 500 parti l’anno è stato in particolare lanciato l’allarme sicurezza: purtroppo in molte strutture non esistono i requisiti professionali e tecnologici necessari, spesso alla base dei casi di malasanità nelle maternità, registrati soprattutto al Sud.

    Il record di decessi di neonati e madri si registra, infatti, in Calabria, Sicilia e Campania, e 104 sono i casi che riguardano i punti nascita all'esame della Commissione parlamentare d'inchiesta sugli errori in campo sanitario. Di questi 79, purtroppo hanno avuto come esito il decesso del neonato. Altro dato da registrare: aumenta l'età media delle madri che partoriscono, pari a 31,4 anni, e il numero medio di figli per donna è di poco superiore a 1,34. Dal 14% al 25% sono, invece, i parti delle donne immigrate.

    Rimane centrale il fatto che la percentuale in Italia di cesarei è sempre troppo alta: secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, dovrebbe infatti attestarsi intorno al 15%. Una razionalizzazione dei punti nascita sul territorio potrebbe aiutare a contrastare il fenomeno. «È assolutamente intollerabile il divario sul territorio per il ricorso ai cesarei», ha commentato il ministro della Salute Renato Balduzzi. «Si passa dal 23% del Friuli al 62% della Campania. E senza, ha aggiunto, che un maggiore ricorso al cesareo porti a un miglioramento degli esiti clinici».

     

    Fonte: Famiglia Cristiana del 14.03.2012


  • 21/02/2012

    Pazienti online informati dei rischi

    Maggiore consapevolezza nel mettere in rete informazioni relative al proprio stato di salute. È quanto chiede il Garante della privacy a tutti coloro che partecipano a forum, blog e social network nei siti che si occupano esclusivamente di tematiche sanitarie. Opera di sensibilizzazione che si è concretizzata in una serie di linee guida rivolte, in prima istanza, ai gestori dei siti (sono esclusi i servizi di assistenza online e la telemedicina), ai quali l'Authority chiede di inserire in rete speciali avvertenze che rendano edotto l'utente sui rischi che si corrono a far circolare sul web notizie sensibili.
    L'avvertenza deve far presente che si può mantenere l'anonimato, per esempio utilizzando un nickname, e che si può evitare di pubblicare dati di contatto (come l'indirizzo di posta elettronica) che possono rivelare l'identità di chi inserisce le informazioni sulla propria salute. Si deve, inoltre, chiedere all'utente l'opportunità di pubblicare, o meno, foto o video, che consentano di identificare o rendere identificabili persone e luoghi, comprese terze persone.
    L'informativa deve anche chiedere all'utente se intenda divulgare i dati o circoscriverne la loro conoscenza a quanti sono registrati presso il sito (ovviamente, nel caso l'accesso preveda la registrazione, visto che ci sono anche indirizzi sul tema salute completamente liberi).
    Ultimata la lettura dell'avvertenza, l'utente deve dimostrare di averne presa visione apponendo un segno su un'apposita casella.

    Fonte: Il Sole 24 Ore del 21.02.2012


  • 20/02/2012

    Il silicone che avvelena le donne nel silenzio di medici e governi

    Nel corso della mia vita, mi è capitato di sentire un’infinità di dichiarazioni al limite della credibilità da parte delle autorità, ma finora non mi era mai successo di sentire o vedere qualcosa di così scandaloso come in un programma della Bbc (Newsnight), mandato in onda il 7 febbraio scorso, al quale ero stata invitata a partecipare. Venticinque donne avevano accettato di presentarsi in trasmissione per porre domande a Anne Milton, ministro della Salute britannico, per cercare una risposta alle loro domande e ai loro timori. Tutte queste donne hanno ricevuto protesi mammarie al silicone della Pip (Poly Implant Prothèse), ritirate dal mercato europeo nel 2010, in seguito al rilevamento di elevati tassi di rottura e la conferma dell’utilizzo, al loro interno, di silicone di qualità inferiore – silicone industriale e non per uso medico, per intenderci.

    A dicembre 2011, il governo francese ha consigliato la rimozione delle protesi Pip e anche le autorità sanitarie di altri Paesi hanno adottato queste misure. Ma non la Gran Bretagna. Le autorità francesi, secondo il consiglio globale dell’Organizzazione mondiale della sanità, «hanno inoltre scoperto che il gel contenente il silicone di qualità inferiore si è rivelato un irritante per i tessuti circostanti e, in caso di perdite, può portare a infiammazione e dolore».

    Durante le ricerche per il mio libro Il mito della bellezza , nel 1991, già leggevo nella stampa medica specializzata quali fossero i tremendi rischi per la salute causati dalle protesi mammarie al silicone. Ero rimasta scioccata nell’apprendere che mentre le riviste femminili facevano grande pubblicità alla moda di rifarsi il seno, le pubblicazioni mediche – che le donne di certo non leggevano – offrivano ai chirurghi speciali polizze assicurative per tutelarsi dal rischio di rottura delle protesi, stimata attorno al 30-70 percento. Gli effetti collaterali erano tutti elencati: fino al 70 percento degli impianti si sarebbero induriti come «palle da golf», per poi rompersi, lasciando infiltrare il silicone nei tessuti circostanti e in altre parti del corpo delle donne, con conseguenze del tutto sconosciute.

    Questi avvertimenti furono ascoltati negli Stati Uniti e le protesi al silicone vennero vietate nel 1992. Non così in Gran Bretagna. Oggi le donne inglesi, come le venticinque ospiti nello studio di Newsnight, si ritrovano a vivere un incubo, non essendo mai state informate dei pericoli del silicone da nessun organo governativo, anche quando le cliniche private accumulavano ingenti fortune con l’impianto delle protesi. E ora, con lo scandalo Pip, il sistema sanitario britannico rischia di dover accollarsi costi milionari per asportare le protesi difettose e sottoporre le donne a esami di risonanza magnetica per controllare se vi sono state rotture o perdite.

    In questo contesto, sono rimasta di sasso quando ho sentito il ministro della Salute rivolgere le seguenti, testuali parole a uno studio affollato di donne spaventate: «Dagli studi realizzati si evince che le protesi Pip non sono pericolose».
    Non credevo alle mie orecchie, specie considerando il fatto che il suo ministero doveva aver ricevuto l’allarme globale lanciato dall’Organizzazione mondiale della sanità che ribadiva il rischio maggiore di rotture cui andavano incontro le protesi Pip e la natura irritante del suo gel. A quel punto l’ho informata che la Food and Drug Administration (Fda) in America le aveva vietate nel 1992, dopo decenni di ricerche, avvertimenti e cause legali. Il divieto della Fda era durato per 14 anni, per poi essere sollevato nel 2006, dietro pressioni commerciali. A dispetto di tutto ciò, il ministro Milton ha reiterato la sua affermazione sconcertante alle donne che chiedevano risposte chiare e convincenti e non solo la risonanza magnetica o la rimozione delle protesi.

    Confesso che a quel punto non sono riuscita a trattenermi e le ho detto che le possibilità erano due: o mentiva oppure occupava la poltrona sbagliata. Non è ammissibile che il governo di Cameron – e il ministro in persona – non sapessero nulla del divieto del 1992 della Fda, che aveva suscitato vasta eco a livello mondiale. Alla luce dei costi milionari che il governo sta cercando di aggirare, è semplicemente inconcepibile che un suo ministro non sia stato informato sull’entità del rischio. I dati sui pericoli per la salute sono inconfutabili: «Provi a digitare protesi mammarie al silicone rischi per la salute su Google» le ho suggerito. Basta una sola ricerca per produrre 14 milioni di risultati.

    Nel 2011 Saundra Young, giornalista della Cnn, ha fatto notare che le ditte produttrici Mentor e Allergan avevano riferito alla Fda di aver perso contatto con molte pazienti dopo l’impianto delle protesi. Pur avendo assicurato la Fda, come condizione dell’approvazione dei loro prodotti, che avrebbero monitorato nel corso degli anni tutte le donne cui erano state impiantate le loro protesi, a distanza di tempo queste ditte hanno fornito i dati riguardanti solo il 21 percento delle pazienti. Nel 2009, negli Stati Uniti sono stati effettuati 318.000 impianti di protesi mammarie e il 70 per cento con protesi al silicone.

     Le protesi mammarie introducono nel corpo delle donne sostanze come alcol denaturato, gomma di nafta, resina epossidica, cloruro di polivinile, polvere di talco e acetone, oltre al silicone.

    Il dottor Edward Melmed, chirurgo plastico di Dallas, ha riferito alla commissione della Fda nel 2011 che le protesi sono composte da «sostanze tossiche industriali». «I sintomi sono reali. Ogni sera ricevo da cinque a sette mail da donne di tutto il mondo che mi chiedono: “Che cosa devo fare per questi disturbi?”».

    Melmed ha riferito alla Fda che dopo 10 anni dall’impianto, il 50 per cento delle protesi ha subito rotture; dopo 15 anni, il 72 per cento; e il 94 per cento si rompe entro vent’anni:

    «Perché la Fda acconsente che vengano inserite nel corpo di giovani donne protesi che sicuramente nel giro di 10 anni, e nell’80 percento dei casi, sono soggette a deterioramento o rottura? Lo permetterebbe per le protesi all’anca? Lo permetterebbe se fossero destinate a pazienti maschi?».
    Il dottor Melmed è diventato una figura profetica: chirurgo di Dallas che ha impiantato protesi mammarie a migliaia di donne, nel 2007, quando la Fda ha revocato il divieto imposto nel 1992, ha pubblicato sul Los Angeles Times un articolo intitolato «Le protesi al silicone restano pericolose».

    Avendo utilizzato «le protesi al silicone sin dal loro esordio, negli anni Sessanta», il dottor Melmed aveva notato i disturbi più comuni segnalati dalle pazienti nel corso degli anni: «La maggior parte delle protesi con gel al silicone si indurisce con il passar del tempo. Si chiama contrazione capsulare. Le donne colpite da contrazione capsulare si ritrovano con seni deformi e doloranti». Una sua paziente, Helen S. di 71 anni, riferiva di protesi impiantate 23 anni prima e ormai indurite, che le causavano notevoli dolori. La risonanza magnetica aveva rivelato che le protesi si erano rotte e successivamente calcificate: «Quando ho asportato le protesi, la cavità era piena di silicone liquido e melmoso, il rivestimento delle protesi era praticamente sparito». Negli ultimi 14 anni, il dottor Melmed ha asportato le protesi a mille donne e aggiunge: «Non sappiamo ancora con sicurezza dove finiscono le microparticelle di silicone, io le ho ritrovate nei linfonodi».

    Il dottor Melmed fa notare come ogni generazione di protesi al silicone viene accolta come migliore e più sicura e lo stesso è stato con quest’ultima. Stavolta, lo scrive nel 2007, la Fda consiglia alle donne di sottoporsi a risonanza magnetica per vedere se ci sono state rotture degli involucri e di sostituire le protesi ogni dieci anni. «Peccato che le donne diventeranno le cavie da laboratorio per queste protesi» commenta Melmed, sottolineando che saranno loro, le pazienti, e non i chirurghi, a dover pagare per i costosi controlli. Altri chirurghi negano categoricamente qualsiasi nesso tra protesi al silicone e problemi di salute, ma il dottor Melmed conferma: «Ho visto un numero rilevante di pazienti che lamentavano sintomi come affaticamento, perdita di memoria a breve termine, dolenzia muscolare e articolare, eritemi, disturbi del sonno, depressione e perdita di capelli, che ben presto si risolvono con la rimozione delle protesi».

    Gli studi emanati dai produttori stessi delle protesi avvertono che un quarto delle pazienti potrebbe richiedere un ulteriore intervento chirurgico nel primo anno dopo l’impianto e molte di loro rischiano di dover sottoporsi a ripetute correzioni chirurgiche. «Le donne che chiedono queste protesi devono sapere che vanno incontro a più operazioni chirurgiche» avverte il dottor Daniel Schultz, direttore del Centro protesi e rischio radiologico della Fda.

    Le donne presenti negli studi della Bbc di Londra sono rimaste esterrefatte: nessuno aveva mai parlato loro di questi rischi. E continuavano a ripetersi, comprensibilmente: «Come mai il governo non ha vigilato? Dove sono i test?». I test, ahimè, non sono stati effettuati a causa delle pressioni commerciali e finanziarie che hanno volutamente tenuto le donne all’oscuro dei pericoli che le aspettavano. La vera beffa non è tanto scoprire che oggi costa meno di 600 dollari, in Gran Bretagna, farsi rifare il seno con protesi al silicone – un vero affare – quanto piuttosto che si dovranno spendere dai 3.000 agli 8.000 dollari per asportarle o per nuovi interventi correttivi nel caso di protesi indurite o rotte. È proprio la natura difettosa delle protesi – sulla quale le donne non sono correttamente informate – che garantisce al chirurgo un futuro redditizio dalla stessa paziente, man mano che le sue protesi si irrigidiscono o si deteriorano con il passar del tempo.

    «Caspita, abbiamo dimenticato di spiegarle quali potrebbero essere i rischi di queste protesi» è l’approccio più comune anche negli Stati Uniti. Quando le protesi al silicone sono state reintrodotte sul mercato nel 2007, la Fda – per placare le ire dell’industria chimica e della lobby dei chirurghi – ha imposto ai produttori, come condizione per ottenere l’autorizzazione, l’obbligo di seguire per dieci anni le 80.000 donne che avrebbero ricevuto le loro protesi. Già questo passo era di per sé scandaloso. Nelle parole del dottor Melmed, a quel tempo la politica del governo era «impiantate adesso, studiate dopo». In base al tasso di richiesta delle protesi, nel giro di dieci anni cinque donne americane su cento avranno questo tipo di protesi inserita nei loro corpi.

    Che novità ci sono state da allora? Sorpresa: le case produttrici non hanno ottemperato all’obbligo di monitorare le pazienti, troppo indaffarate a batter cassa con la vendita delle protesi. Ci sono fortissimi interessi nel non compilare questi dati da sottoporre allo scrutinio del governo; anzi, si può tranquillamente affermare che le autorità inglesi e americane hanno deciso cinicamente di guardare dall’altra parte. La reazione della Fda, davanti alla mancata raccolta dei dati clinici da parte dell’industria manifatturiera, prerequisito indispensabile per l’autorizzazione governativa, è stata semplicemente di commentare che rifletterà sulla situazione e non prenderà alcuna misura se non dopo aver consultato chirurghi – c’è da rabbrividire! – pazienti e «sponsor». Prima che la Fda si consegnasse per intero nelle mani dei gruppi di interesse, la sua missione era quella di difendere la salute e la sicurezza dei cittadini, non di tranquillizzare gli azionisti finanziari.

    E così una nuova generazione di donne non avrà accesso, neppure stavolta, a importantissimi documenti governativi che confermano la schiacciante evidenza dei problemi di salute causati dalle protesi al silicone.

    Perché sono sempre le donne a essere trattate da cavie e i loro corpi da topini da laboratorio? Perché, a mio avviso, sussiste un clima culturale nel quale alle donne non bisogna render conto di nulla, come il governo britannico ha dimostrato la settimana scorsa in pubblico, specie se il problema è imputabile alla loro «vanità».
    Anne Milton e i suoi colleghi di governo saranno convinti che le donne sono di due tipi: o proprio stupide o davvero insignificanti, poiché – alla pari del governo americano – non si sentono minimamente in obbligo di difenderle contro tutti i poteri e le pressioni commerciali che lucrano sulla loro salute e incolumità.

    Fonte: Corriere della Serra del 20.02.2012


  • 19/02/2012

    Per assicurare un medico premi sempre più cari

    Nel giro di un anno, a fronte di un aumento di circa l'8% del tasso di rischio clinico ogni 100 medici, il costo assicurativo medio per camice bianco è aumentato a livello nazionale del 23,86% per un totale 4.569 euro a professionista: quasi mille euro in più in soli 12 mesi. Ma le medie dicono poco quando in gioco c'è la necessità degli ospedali di tutelarsi dalle ricadute economiche di veri o presunti errori: c'è medico e medico; c'è paziente e paziente.
    Così, l'onere per la copertura assicurativa di un ricovero in chirurgia generale è aumentato solo del 5,75% per un valore unitario di 82,22 euro a fronte di un valore medio nazionale di 71,54 euro a degenza, mentre in ostetricia – dove il posto letto in termini di Rc vale la cifra record di 6.739 euro – la copertura assicurativa per ogni singolo nato ha pesato 196,30 euro sulle casse della struttura, con un aumento del 31,36 per cento.
    A confermare il dilagare del caro-polizza nelle corsie del Ssn è la terza edizione della «Medmal Claims Italia», realizzata dalla società di brokeraggio Marsh su un campione di 80 ospedali pubblici, anticipata nel numero in distribuzione del settimanale «Il Sole-24 Ore Sanità».
    Lo studio – presentato ieri a Milano dall'autore, Emanuele Patrini (Healthcare Practice Leader Marsh) – prende in esame un totale di circa 28mila richieste di risarcimento a fronte di un totale di 2 milioni e 200mila ricoveri gestiti da 34mila 629 medici e 81mila 187 infermieri. Dai dati è emerso che avvengono 10,15 sinistri ogni cento posti letto, 2,70 ogni mille ricoveri, 17 ogni cento medici, 7,36 ogni cento infermieri.
    Ancora una volta, la realtà fotografata dalle medie non dà conto della variabilità geografica: gli eventi avversi sono 8,89 ogni cento posti letto al Nord, 11,61 al Centro e 12,12 al Sud; in rapporto ai medici si registrano invece 15,16 eventi avversi ogni cento dottori al Nord, 20,61 al Centro e 15,46 al Sud.
    La rilevazione conferma i trend e la variabilità regionale già evidenziati nelle due prime edizioni: il maggior numero di richieste di risarcimento danni si concentra al Nord (54,58% del totale analizzato), sempre al Nord si registra il maggior numero medio di richieste per singola struttura (40%). Ma è il Centro a dover versare l'obolo più pesante sul fronte della copertura del rischio. Ogni ricovero costa 80,12 euro contro i 71,43 del Sud e i 74,82 del Nord; ogni dottore spedito in corsia costa 5mila 700 euro: 1.700 euro in più che al Sud; circa mille in più che al Nord. Primati da brivido.
    Altrettanto elevati sono gli importi liquidati e la tempistica di gestione del contenzioso: nei sette anni sotto la lente è stato chiuso solo il 31% delle richieste di indennizzo, il 45% delle pratiche è ancora in itinere; il 20% s'è perso strada facendo. Per gli 8.725 casi risolti è stato liquidato un valore complessivo di oltre 233milioni di euro, per una media di quasi 27mila euro ad evento.
    L'evento più costoso in assoluto è stato registrato in un punto nascita e ha meritato 2milioni 124mila euro di risarcimento. Un dato che salta agli occhi specie in questi giorni in cui è riesploso il dibattito sul ricorso al cesareo nelle ostetricie nazionali, oggetto anche di una risoluzione oggi al voto di Montecitorio. Certo è che anche il liquidato medio per un errore nel punto nascita sfonda il muro del suono: 270mila euro, contro i 207mila in chirurgia e i circa 29mila in ortopedia.
    A far riflettere è anche il trattamento che il caro-polizze riserva agli ospedaletti: nelle strutture di primo livello la copertura assicurativa costa 3mila euro a letto (81,63 euro a ricovero); nei policlinici universitari - dove magari la casistica è più complessa - si spendono almeno 500 euro in meno (66,85 a ricovero).

    Fonte: Il Sole 24 Ore del 19.02.2012


  • 20/01/2012

    “Ancora un parto finito in tragedia. Risolvere le criticità”

    “Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un parto finito in tragedia. Episodi drammatici come questo ci ricordano che è necessario chiarire se vi siano state eventuali responsabilità personali, ma anche analizzare le possibili criticità che ne hanno favorito il verificarsi”. Ad affermarlo è il presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sugli errori sanitari e i disavanzi sanitari regionali, Leoluca Orlando, annunciando di aver chiesto al presidente della Regione Calabria, Giuseppe Scopelliti, una dettagliata relazione sul caso della giovane di 19 anni deceduta dopo un parto cesareo all’ospedale di Crotone.
    La ragazza, spiega la nota della commissione, era giunta mercoledì scorso all'ospedale di Crotone ed era stata sottoposta all'intervento per il parto cesareo dando alla luce un bambino. Ieri però ha avvertito dei malori ed è stata trasferita in rianimazione, dove è morta stamane. Sul caso, la magistratura ha aperto un’inchiesta e la direzione sanitaria ospedaliera sta effettuando accertamenti.
    "La relazione sui punti nascita elaborata ed approvata dalla Commissione che presiedo, ha indicato criticità e possibili anomalie che possono concorrere, in alcuni casi, a trasformare il momento della nascita in tragedia, come è accaduto e accade tuttora, in particolare in alcune regioni", ha proseguito Orlando. “Molto c'è da fare ancora in questa direzione e l'indagine condotta dalla Commissione, in collaborazione con le società scientifiche di ostetricia e ginecologia, ha mostrato in modo organico e dettagliato la situazione dei punti nascita italiani, non limitandosi ad analizzare il singolo presunto caso di malasanità, ma conducendo un'analisi delle cause degli episodi critici registrati. Solo rivisitando qualitativamente e quantitativamente i punti nascita penalizzanti, possiamo pensare di garantire standard uniformi. Questo lavoro – ha concluso Orlando - non è punto d'arrivo ma di partenza, affinché si continui a monitorare il tema e si offra qualificata assistenza a mamme e bambini".

    Fonte: Quotidiano Sanità del 20.01.2012


  • 10/01/2012

    Protesi al seno difettose, cresce la stima: sono oltre 4300 quelle impiantate in Italia

    Se il Registro ci fosse già forse oggi sapremmo quante protesi mammarie con marchio Pip (Poly implants prothesis) sono state utilizzate in Italia. Circa 4000-4.300 suggeriscono stime molto generiche. Ma potrebbero essere molte più secondo gli operatori del settore. In una fase di grande confusione, dopo lo scandalo che dalla Francia si è allargato al resto d’Europa, si avverte ancora di più la mancanza di una banca dati degli impianti protesici mammari. La creazione di un Registro fa parte di un disegno di legge predisposto dal sottosegretario alla Salute del governo Berlusconi, Francesca Martini.

    LEGGE DIMENTICATA - Il cammino del provvedimento dimenticato in un cassetto riprende domattina in Senato. Era stato approvato in sede legislativa dalla Camera il 22 dicembre del 2010. «Avevamo visto lontano, tutti i problemi legati alla privacy erano stati superati», commenta la Martini augurandosi che davvero da ora in poi i tempi per il via libera definitivo siano accelerati. La legge prevede il monitoraggio clinico delle persone con protesi «allo scopo di prevenire le complicanze e migliorare le gestione degli eventuali effetti indesiderati ed esiti a distanza». Inoltre si punta al «monitoraggio epidemiologico a scopo di studio e ricerca scientifica». I medici dovranno comunicare gli interventi di protesi mammaria, il tipo di protesi impiantata e gli eventuali problemi successivi l’operazione. L’articolo 2 della legge introduce il divieto di intervenire su minorenni per soli fini estetici, prevista per l’inosservanza la sanzione di 15 mila euro. L’articolo 3 stabilisce che l’applicazione di protesi mammarie per fini estetici sia limitata a «coloro in possesso del titolo di specializzazione in chirurgia plastica o a chi ha svolto attività chirurgica equipollente nei precedenti 5 anni o è in possesso del titolo di specializzazione in chirurgia generale, ginecologia, ostetricia o chirurgia toracica». Ora il compito spetta al Senato: «Manca il via libera della Commissione Bilancio, speriamo di procedere in sede deliberante, quindi senza il passaggio in aula», dice il presidente della Commissione Sanità, Antonio Tomassini.

    L’ESEMPIO USA - Al centro dello scandalo protesi rotonde (l’altro tipo è anatomico) di fabbricazione francese realizzate con silicone industriale, non conforme e non indicato per uso umano, su stessa ammissione del titolare dell’azienda Pip. Prodotti con maggior rischio di rottura, venduti in tutto il mondo ma che non sono mai penetrati nel mercato americano. E infatti gli Usa sono l’unico Paese ad essere rimasto immune e aver evitato l’obbligo di prendere contromisure drastiche come il richiamo e il reimpianto su donne già operate (iniziativa di Gran Bretagna, Francia per esempio). Questo grazie a una legislazione diversa dall’europea. In Usa i dispositivi medici, quindi protesi, bypass, valvole cardiache, stent, filler antirughe, sono soggetti alle stesse regole che valgono per i farmaci. L’autorizzazione dipende dall’agenzia regolatoria Fda (Food and drugs administration), le aziende devono presentare dossier scientifici per dimostrare che i loro prodotti sono sicuri ed efficaci. Non solo vengono effettuate frequenti verifiche specie in caso di «rotture» e complicanze. Non è un caso che negli Usa solo due aziende produttrici di protesi mammarie hanno l’approvazione Fda, Allergan (numero uno nel mondo) e Mentor (acquistata da Johnson e Johnson).

    BASTA UN BOLLINO - In Europa è tutt’altra storia. E’ sufficiente che il prodotto abbia il bollino Ce ed è automaticamente autorizzato dalle autorità nazionali senza ulteriori verifiche. Il bollino è rilasciato da agenzie private, dunque non autorità regolatorie statali, che certificano la conformità del prodotto sulla base di documentazione autoreferenziale della società richiedente. Da noi è stato proposto di far rientrare i dispositivi medici sotto il controllo dell’Aifa, agenzia italiana del farmaco, ma non si è mai andati avanti. Le regole di immissione in commercio sono stabilite in un decreto legislativo del 2010 che recepisce una normativa Ue. Anzi, l’Italia è un po’ meno libertaria degli Stati membri perché almeno prevede l’esistenza di un «repertorio».

    IL CASO POLIURETANO - Il risultato è che nel Vecchio continente, oltre a quelle con marchio Allergan e Mentor, circolano protesi di varia origine, almeno una ventina di marchi. Ci sono quelle francesi Arion, Euro Silicone, Sebbin, Nagor (franco inglesi) e poi la brasiliana Silimed e la tedesca Polytech. Silimed e Polytech sono le uniche a utilizzare un rivestimento in poliuretano, vietate in Usa perché c’è qualche dubbio sulla sicurezza di questo materiale potenzialmente cancerogeno. Si aggiungono all’elenco altri piccoli produttori e sono in arrivo i concorrenti cinesi e coreani. Una coppia di protesi Allergan o Mentor che insieme detengono almeno il 70% del mercato italiano vengono vendute a un prezzo di circa 850 euro (modello rotondo) e 1200 (anatomiche). Gli altri prodotti sono più economici, anche 500 per le tonde. Secondo gli operatori del settore gli impianti Pip utilizzati in Italia dal 2001 al 2010, anno del ritiro in seguito ai primi allarmi sul maggior rischio di rottura e presunta cancerogenicità, sarebbero più dei 4.300 stimati. Si è portati a credere che non siano stati acquistati dalle strutture pubbliche perché per alle ricostruzioni di mammella dopo carcinoma (unico intervento a carico del sistema pubblico) si adattano solo i modelli anatomici. Circolano voci su 20 casi di rottura di protesi Pip avvenute in Toscana. Informazioni più precise si spera di poter trarre in seguito alla racconta dei dati prevista nell’ordinanza del ministro della Salute Renato Balduzzi, del 2 gennaio.

     

    Fonte: corriere.it del 10.01.2012


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