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  • 23/12/2011

    Quando nascere è tutt'altro che sicuro

    Nascere nelle piccole cliniche non è sicuro. Per una serie di motivi. Attrezzature non idonee per affrontare eventuali complicanze di mamma e bambino. Assenza di doppio turno di guardia. Ridotta esperienza del personale di ostetricia e ginecologia la cui attività si riduce a poche decine di parti alla settimana. Eppure sette centri di maternità su 10 possiedono queste caratteristiche e vengono definiti «fragili» nella relazione della Commissione parlamentare di inchiesta sugli errori in campo sanitario presieduta da Leoluca Orlando. Un’indagine sui punti nascita unica nel suo genere perché analizza la situazione intersecando il dato delle cartelle ospedaliere di dimissione con gli organici dei reparti. L’analisi, compiuta con questionari, riguarda il periodo 2009-agosto 2010 e si riferisce a 460 tra ospedali e case di cura su un totale di 570. Assenti le risposte di Umbria, Calabria e Sardegna.
    PROCURE - Obiettivo, misurare il livello qualitativo della rete italiana. Sono emerse varie criticità che, si spera, verranno utilizzate da chi ha l’autorità per modificare il quadro. Non basta. Il documento mette a fuoco la diffusione del fenomeno della medicina difensiva attuata dai ginecologi (eccesso di esami, procedure inappropriate) per prevenire eventuali citazioni in tribunale da parte delle famiglie. La Commissione ha raccolto inoltre i dati delle Procure. Il numero complessivo di procedimenti per lesioni colpose è di 53.741, di cui 900 a carico di personale. I presunti casi di cattiva sanità sono in crescita, lieve ma continua. Dal 18% del 2009 al 18,5% del 2010: <ciò significa che il problema della sicurezza è ancora lontano dalla risoluzione>. Però raramente i medici vengono condannati e le cause vanno avanti. L’analisi sull’avanzamento dei procedimenti penali svolta su 54 procure per un totale di 35681 pratiche sono stati archiviati nel 99% dei casi. Solo due le condanne. Dunque bisogna usare cautela prima di parlare di «malasanità».
    CLINICHE PICCOLE - «Il Paese nel suo complesso, specie al sud, presenta un numero molto grande e a volte eccessivo di punti nascita non sempre adeguatamente attrezzati», scrivono i relatori. Nel 72% dei casi viene effettuato un numero di parti molto limitato, a discapito della sicurezza. La media dei lieti eventi in queste cliniche è di 56 al mese, una ventina di posti letto, 9 medici e 10 ostetrici in organico contro i circa 290 parti, 65 letti e 75 operatori dei grandi centri ospedalieri. Sei strutture su 10 chiudono il bilancio annuale con 1000 parti. I centri fragili si trovano soprattutto in Campania, Sicilia e Trentino Alto Adige (meno di 500 parti l’anno). In alcune realtà il ginecologo segue un parto al mese.
    CESAREI - In generale viene evidenziata «la presenza di forti disomogeneità tra le aree geografiche soprattutto per quanto riguarda i tagli cesarei». Una piaga che il ministro della Salute Renato Balduzzi ha definito intollerabile: «C’è uno scarto ingiustificato con livelli più elevati al sud e nelle isole. Il maggior ricorso non è correlato al miglioramento degli esiti. Il fenomeno non è nuovo ma finora malgrado la dichiarazione di intenti nessuno è riuscito a pianificare e attuare una strategia capace di cambiare la tendenza. Il 44% dei parti sono chirurgici nei piccoli centri, scendono al 32,8% nei grandi centri dove però vengono trattate le gravidanze a rischio di complicanze. Sale la percentuale al 50,5% nelle cliniche private. «Ci auguriamo che le indicazioni contenute nel documento possano servire per migliorare la qualità dell’assistenza. Molte strutture lavorano poco e il personale non dispone dei necessari standard di professionalità e adeguato supporto tecnologico. Ciò rischia di mortificare non solo il diritto alla salute ma anche la professionalità del personale».

    Fonte: corriere.it del 23.12.2011


  • 21/12/2011

    Malasanità “bluff”. Solo 2 condanne su 357 procedimenti penali conclusi contro sanitari

    Malasanità. Solo scandalismo? Sembrerebbe proprio di sì. Almeno a leggere i dati dell'indagine sui "Punti nascita" realizzata dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sugli errori sanitari presieduta da Leoluca Orlando (Idv), presentati oggi in Parlamento alla presenza del ministro della Salute Renato Balduzzi.
    L'indagine, nata come risposta al clamore suscitato l'anno scorso dai ripetuti casi di denunce in sala parto, oltre all'analisi attenta della situazione dei punti nascita italiani, ha infatti analizzato per la prima volta i dati sui procedimenti per lesioni colpose e omicidio colposo ascrivibili a personale sanitario in circa 90 Procure che hanno risposto al questionario inviato dalla Commissione.
    L'analisi ha tenuto conto anche dello stato di avanzamento delle indagini di tutti i procedimenti che vedono indagate figure professionali sanitarie.
     E i risultati sono clamorosi. Per quanto riguarda le lesioni colpose si registrano 901 casi riguardanti personale sanitario (pari all'1,64% del totale dei procedimenti per questo reato), di questi 85 riguardano la gravidanza. Ebbene, sul complesso di questi procedimenti il 40% viene archiviato subito e per quelli che risultano conclusi, pari a 240 casi, si registrano solo 2 condanne, una assoluzione e il 98,8% di archiviazioni.
    Per l'omicidio colposo i casi acrivibili a personale sanitario sono 736 (pari all'11,18% del totale). In questo caso vengono archiviati prima del processo il 35% dei casi. Per i 117 procedimenti giunti a conclusione si rilevano invece una assoluzione, nessuna condanna e il 99,1% di archiviazioni.
     Ma ecco il paragrafo integrale dell'indagine della Commissione parlamentare dedicato ai dati delle Procure sui presunti casi di malasanità.
    Lesioni colpose

    I singoli distretti sono rappresentati da un campione di procure e solo per Caltanissetta e
    Campobasso si dispone dei dati cumulativi della totalità delle procure del distretto. Per Milano presenti i dati riferiti “ad alcune procure” mentre di tutti gli altri distretti sono stati forniti campioni più o meno consistenti. Non tutti i distretti, peraltro, sono rappresentati: mancano Ancona e Reggio Calabria.
    Le procure della Repubblica valutate dalla Commissione d’inchiesta sono circa ottanta e il numero complessivo di procedimenti per lesioni colpose è 53.741, di cui 901 a carico di personale sanitario (1.68%, intervallo di confidenza al 95% = 1.57-1.79%) e 85 in particolare per episodi relativi alla gravidanza/parto (0.16%, %, CI95% = 0.13-0.20%). L’intervallo di variazione della prima statistica calcolata per distretto va da 0.17% (Trento) a 5.07% (Torino), quello della seconda va da 0.00% a 0.96% (Salerno).
    L’analisi per fase di avanzamento è svolta su 54 procure e 35.681 procedimenti per lesioni colpose, di cui 586 (1.64%) a carico si personale sanitario, chiusi in numero di 240 (240/586 = 41.0%), per la quasi totalità archiviati (237/240 = 98.8%) e in 2 casi soltanto risolti con una condanna.

    Omicidio colposo
    Le procure della Repubblica valutate sono circa novanta e il numero complessivo di procedimenti per omicidio colposo è 6.586, di cui 736 a carico di personale sanitario (11.18%, CI95% = 10.38-12.01%) e 75 in particolare per episodi registrati durante la gravidanza (1.14%, CI95% = 0.90-1.43%). Il range di variazione della prima statistica è molto ampio, da 1.31% (Bari) a 36.11% (Reggio Calabria), quello della seconda va da 0.00% a 11.11% (Reggio Calabria).
    L’analisi della fase di avanzamento (53 procure valutate) considera 2.958 procedimenti avviati per omicidio colposo, di cui 332 a carico di personale sanitario (11.22%): di questi, soltanto 117 risultano conclusi (35.2%) e quasi tutti con decreto di archiviazione (116/117=99.1%).

    Analisi territoriale di alcuni distretti sui procedimenti giudiziari riguardanti l'evento nascita

    Reggio Calabria: 4 su 36
    Il distretto consiste di 3 tribunali circondariali. L’unico valutabile e’ quello di Palmi che riferisce 4 procedimenti a carico di personale sanitario per eventi verificatisi durante la gravidanza o il parto (di 36 procedimenti complessivamente avviati): l’intervallo di confidenza al 95% è molto ampio (3.03-28.45) e tuttavia conferma il carattere eccezionale del dato (11.11%). Purtroppo non abbiamo ricevuto i questionari dei punti nascita della regione Calabria.

    Catanzaro: 4 su 181
    4 procedimenti su 181 a carico di personale sanitario per eventi legati a gravidanza o parto
    Il distretto consiste di 8 tribunali circondariali. Quelli valutati sono 3 (Cosenza, Rossano e Vibo Valentia), per un numero totale di procedimenti a carico di personale sanitario per eventi verificatisi durante la gravidanza o il parto pari a 4 (di 181 procedimenti complessivamente avviati). D’altra parte, come già accennato, non sono pervenuti i questionari dei punti nascita della regione Calabria.

    Campobasso: 2 su 53
    Il distretto consiste di 3 tribunali circondariali e i dati relativi all’unico questionario pervenuto sono “dati riassuntivi del distretto”.Il numero di procedimenti a carico di personale sanitario per eventi verificatisi durante la gravidanza o il parto sono 2 (di 53 complessivamente avviati).
    I punti nascita pubblici della regione Molise sono 5 (dati Ministero della Salute); i questionari pervenuti e valutati sono 4 (tutti di ospedali pubblici, manca solo quello di Larino), 3 relativi a presidi di primo livello (2 in classe A1 e uno in classe A2) e uno relativo al P.O. di Campobasso (II livello e classe A3), l’unico con terapia intensiva neonatale. Nessuno dei presidi valutati disporrebbe di 2 medici ne’ di 2 ostetrici di guardia 24 h tutta la settimana, nessuno riferisce la disponibilità dello STEN (sistema di trasporto di emergenza neonatale).

    Palermo: 6 su 183
    Il distretto consiste di 6 tribunali circondariali. Quelli valutati sono 4 (Trapani, Marsala, Agrigento e Sciacca), per un numero totale di procedimenti a carico di personale sanitario per eventi verificatisi durante la gravidanza o il parto pari a 6 (di 183 procedimenti complessivamente avviati).
    Nell’insieme dei 14 questionari relativi ai punti nascita pervenuti, un solo presidio registra più di 1000 parti anno: è l’unica struttura che riferisce la disponibilità della terapia intensiva neonatale e la presenza 24 h su 24 di almeno due medici e almeno due ostetrici di guardia. Lo stesso ospedale, tuttavia, non pubblica i dati della struttura e non dispone del sistema di trasporto di emergenza neonatale (STEN) ne’ del servizio di trasporto assistito materno (STAM).

    Napoli: 13 su 234
    Il distretto consiste di 9 tribunali circondariali. I questionari inviati, tuttavia, sono 15: alcuni di questi sono probabilmente questionari relativi alle sezioni distaccate ma purtroppo non è stato possibile identificare il Comune di 8 tribunali. I questionari valutati sono 9 per un totale di 13 procedimenti a carico di personale sanitario per eventi verificatisi durante la gravidanza o il parto (di 234 procedimenti complessivamente avviati). L’intervallo di confidenza della statistica stimata (2.96-9.50) consiglierebbe una valutazione delle caratteristiche dei punti nascita potenzialmente afferenti al distretto di Napoli: si tratta tuttavia della maggioranza dei presidi della regione Campania, un insieme estremamente eterogeneo formato da strutture pubbliche di tutte le dimensioni (30 nelle province di Napoli, Avellino, Benevento e Caserta) e diverse cliniche private.
    Osserviamo per inciso che il contributo maggiore alla statistica calcolata a livello distrettuale è portato dal tribunale di Benevento (8 procedimenti a carico di personale sanitario per eventi verificatisi durante la gravidanza o il parto su 62 procedimenti avviati).

    Salerno: 5 su 234
    Il distretto di Salerno consiste di 4 tribunali circondariali, tutti valutati, per un totale di 5 procedimenti a carico di personale sanitario per eventi verificatisi durante la gravidanza o il parto (di 234 procedimenti complessivamente avviati).
    I punti nascita pubblici della provincia di Salerno sono 12 (dati del Ministero) e i questionari ricevuti sono 11 (relativi tutti a strutture pubbliche), di cui 10 valutati. I presidi che riportano più di 1000 parti anno sono 2 (uno del cluster B, l’altro escluso dall’analisi) mentre 5 presidi non superano i 500 parti/anno. Una sola struttura è di terzo livello, 3 sono di primo livello e 6 in fase di accreditamento (del presidio non valutato non è noto il livello). Tre ospedali dispongono della terapia intensiva neonatale, i due relativamente più grandi e uno medio-piccolo (cluster A2). Otto presidi dispongono di una struttura di neonatologia dedicata, otto hanno lo STEN e solo due lo STAM. Soltanto i due ospedali più grandi dispongono di 2 ostetrici di guardia nelle 24 ore tutta la settimana.

    Fonte: Quotidiano Sanità del 21.12.2011


  • 10/11/2011

    I tagli smantellano la sanità pubblica

    Otto mesi per una visita urologica, 15 per la moc e un anno per una mammografia. Attese insostenibili anche al pronto soccorso, dove gli utenti passano ore senza sapere quando potranno vedere il medico. Crescono le denunce di diagnosi sbagliate e terapie inadeguate per i malati di tumore, ma anche quelle delle troppe disattenzioni del personale sanitario. Questi dati allarmanti sono contenuti nel Rapporto Pit Salute 2010, elaborato da Cittadinanzattiva-Tribunale del malato sulla base di 23.524 segnalazioni. Emerge un'immagine di un sistema sanitario pubblico in crisi, dove il "risparmio" colpisce la qualità dei servizi. Il rapporto parla dell'anno "Dei diritti al taglio", periodo dove le politiche economiche, sociali e sanitarie adottate finiscono per smantellare il welfare.
    Saltano i livelli essenziali di assistenza. In questo contesto i livelli essenziali di assistenza, di fatto, secondo il rapporto non sono più certi, ma "possibili". Le lamentele sull'accesso ai servizi sono quasi raddoppiate (dal 5,5% del 2009 sale al 9,5% nel 2010). Le principali difficoltà riguardano il ridimensionamento dell'offerta e prestazioni e i conseguenti costi sostenuti privatamente dai cittadini. Aumentano le tariffe delle prestazioni (44,8%), ma anche i tempi di attesa (32,1%) e a volte manca completamente il servizio per la chiusura del reparto o della struttura (23%).
    Errori medici e trascuratezza. Aumentano anche gli sbagli dei camici bianchi. L'area
    di oncologia è al primo posto nella classifica dei presunti errori diagnostici (erano il 27,6 nel 2009 e sono diventati 29,3% nel 2010), seguita da ortopedia (erano il 14,8% nel 2009 e sono diventati 17,2% nel 2010). Raddoppiano le segnalazioni di malpractice: le disattenzioni del personale sanitario erano il 5,8% nel 2009 e sono diventate il 12,9% nel 2010. Esempi di trascuratezza sono l'infermiere che lascia il farmaco sul comodino, senza controllare che venga assunto, il malato esposto a lungo alle correnti d'aria o i letti senza sbarra di protezione.
    Tempi lunghi. Fra i motivi di maggiore scontento degli utenti ci sono le liste di attesa, con una crescita dell'1% rispetto al 2009. Si aspetta in media un anno per la mammografia, anche 15 mesi per la moc, 10 mesi per la tac. In generale, l'attesa è lunga soprattutto per gli esami diagnostici (52,6%, +2,1% rispetto al 2009), le visite specialistiche (28,2%, +0,2% sull'anno precedente) e per gli interventi chirurgici (19,2%, in diminuzione rispetto al 21,5% del 2009).
    Esami e visite impossibili. Sono soprattutto gli esami diagnostici dell'area oncologica, che dovrebbero seguire il criterio dell'urgenza, quelli per i quali si aspetta di più. Le segnalazioni sono pari al 18,2%, seguono la ginecologia ed ostetricia (circa 16% delle segnalazioni) e la cardiologia (al 14,4%). Tempi lunghi anche per le visite specialistiche, le attese aumentano in oculistica (nel 2009 al 15,5%; nel 2010: 19,7%), in cardiologia (dato 2009: 8,2%; dato 2010: 10,1%) e odontoiatria (dato 2009: 8,4%; dato 2010: 10,1%).
    Peggiorano le condizioni igieniche. A tutto ciò si aggiunge un peggioramento delle condizioni igieniche delle strutture, con segnalazioni passate dal 43,4% al 46,9%. Aumentano anche i casi di strutture fatiscenti che passano dal 20,2% del 2009 al 27,5% del 2010. Crescono enormemente anche le segnalazioni da parte dal personale che lavora in ambienti a rischio (soprattutto personale infermieristico) a contatto con pazienti infetti, dal 3,2% del 2009 all'8,5% del 2010.
    In difficoltà la rete dell'emergenza. A soffrire più di altri settori è la rete dell'emergenza-urgenza negli ospedali. Il dato relativo cresce dal 29,8% registrato nel 2009 al 41,4% nel 2010.  Ma i pazienti si lamentano anche delle dimissioni: il dato sale infatti dal 23,8% del 2009 al 35,1% del 2010. Raddoppia la percentuale delle segnalazioni sui ricoveri (46,4% nel 2009, 23,5% nel 2010). I cittadini, in sostanza, considerano insufficienti i servizi ospedalieri e difficili le modalità d'accesso.
    Critica infine anche la situazione del pronto soccorso, "bocciato" per le lunghe attese (42,1%), per il trasporto in ambulanza (29,4%, +19,3% sul 2009) e per la scarsa trasparenza nell'assegnazione dei codici (28,5%).

    Fonte: Repubblica del 10.11.2011


  • 04/11/2011

    Medici e infermieri si ammalano al pronto soccorso

    I pronto soccorso sono un covo di ansia e stress per medici e infermieri: soffre di frequente di stati d'ansia il 16,4% dei medici e il 20% degli infermieri di pronto soccorso, ma frequenti sono anche gli stati depressivi (a lamentarli e' circa un operatore 'ER' su 10), il rischio per loro e' burn out (esaurimento da lavoro). Sono solo alcuni dei dati emersi da un'indagine che sara' presentata a Roma in occasione del convegno 'Lo Stress lavoro-correlato degli Operatori Sanitari dell'Emergenza' presso il Policlinico Gemelli. ''Il lavoro di medici e infermieri nei PS dovrebbe essere considerato usurante'', e' l'appello di Nicolo' Gentiloni, direttore del DEA del Policlinico romano. ''In un certo senso e' persino riduttivo parlare di rischio, i medici sono gia' stressati e logorati - commenta l'indagine lo psichiatra Ferdinando Pellegrino dirigente medico del Dipartimento di Salute Mentale della Asl di Salerno ed esperto di burn out - fenomeno multifattoriale che configura una progressiva perdita di entusiasmo e motivazione al lavoro, e puo' preludere lo sviluppo di patologie psichiche (ansia, depressione), fisiche (infarto cardiaco) o comportamentali (irritabilita', fumo). Il PS e' una vera trincea: nelle ore di punta, nel tempo impiegato da un medico di reparto per visitare un paziente, uno di PS ne ha gia' presi in consegna 7 e di questi ne tiene in trattamento la meta', spiega Gentiloni. ''In piu' ricadono su di noi le proteste di pazienti e parenti in sala d'attesa. Ci manca l'aiuto dei medici di famiglia, che non si rendono disponibili che per poche ore al giorno, week end escluso - afferma Gentiloni - non fanno notti di guardia e quindi il paziente non sapendo a chi rivolgersi va al PS anche quando risolverebbe il suo problema con una visita ambulatoriale; per questo siamo pieni di codici a bassa priorita' (bianchi e verdi)''. L'indagine mostra che in una giornata particolarmente impegnativa sono molti i medici (58,7% degli intervistati), e gli infermieri (54,7%) preda di forte fatica mentale. La fatica del lavoro in pronto soccorso si manifesta nella stragrande maggioranza degli infermieri (96%) entro le prime quattro ore di servizio, spiega Ivo Casagranda, responsabile DEA dell'ospedale di Alessandria. Per il 60,9% degli infermieri la postazione di lavoro piu' stressante in PS e' il triage, perche' quando devono assegnare i codici di priorita' diventano facile bersaglio di disappunto e talvolta collera di pazienti e parenti. E' emerso anche che quasi l'8% di medici e infermieri ha ricorso piu' volte all'uso di psicofarmaci per far fronte a situazioni di disagio o malessere psicologico derivante dal lavoro in PS. Inoltre nel corso dell'attivita' lavorativa il 12,7% dei medici e il 9,6% degli infermieri riconoscono di andare incontro frequentemente a stati depressivi; occasionalmente si presentano pure disturbi dell'apparato cardiocircolatorio e del comportamento alimentare; piu' frequentemente disturbi dell'apparato muscoloscheletrico, gastrointestinale e ancora di piu' disturbi del sonno, spiega Casagranda. Il turno piu' pericoloso per il benessere degli operatori e' la notte, aggiunge, anche perche' di notte le risorse a disposizione di ospedali e medici sono minori e quindi ci si sente un po' piu' soli. Cio' puo' creare, soprattutto nei piu' giovani, ancora piu' ansia, col rischio anche di commettere errori. Solo una grande passione li lega alla professione di 'medici ER', tant'e' che nonostante questi disagi oltre la meta' di loro non cambierebbe ambito lavorativo all'interno della professione medica.

    Fonte: ansa.it del 4.11.2011


  • 31/10/2011

    Boom di errori medici, assicurazioni in fuga

    Un boom di denunce per errori medici che travolge il sistema sanitario. L´aumento esponenziale di richieste danni per presunti casi di malasanità sta facendo scappare le Asl dalle assicurazioni, e viceversa. Le prime si trovano a pagare polizze sempre più care e difficilmente sostenibili, le seconde spuntano contratti troppo poco vantaggiosi, così li disdicono o non si presentano alle gare. Sempre più Regioni stanno quindi pensando di autoassicurarsi. Lo fanno già la Toscana, il Piemonte e da pochissimo la Liguria. L´idea è quella di non stipulare polizze e rimborsare i danni pescando direttamente dal proprio bilancio, dove viene accantonata una quota dedicata.
    Secondo i dati dell´Ania, in un anno sono ben 34mila le denunce dei cittadini per danni subiti in ospedale o negli studi dei medici. L´aumento dal 2008 al 2009 (il dato contenuto nella relazione 2010-2011 dell´Associazione degli assicuratori) è stato addirittura del 15%. Considerando che un risarcimento medio vale tra i 25mila e i 40mila euro, la malasanità costa una cifra enorme, compresa tra 850 milioni di euro e 1 miliardo e 400 milioni all´anno. La forbice è dovuta alla velocità di liquidazione: più il tempo passa, più cresce il valore del danno. Tra l´altro appena il 10% dei casi viene rimborsato in 12 mesi.
    Arrivare in fondo a un contenzioso poi non è facile. Quando si segnala alla Asl un errore medico questa avverte l´assicurazione che può provare a conciliare con il paziente, sempre che il dottore sia d´accordo. Molto spesso si finisce a processo e i tempi lievitano.
    Nella sua relazione, Ania segnala un netto aumento di litigiosità in questo settore. Il lavoro tiene conto solo delle compagnie italiane o con sede in Italia ma sul mercato ce ne sono anche molte straniere, quindi le denunce sono di più. «Sta anche aumentando il valore dei risarcimenti - commenta Roberto Manzato, direttore del ramo "vita e danni non auto" di Ania -. Per le assicurazioni questo settore non è vantaggioso. Del resto si paga in media il 50% di più quanto si incassa dalle polizze». Ecco perché molte compagnie scappano dalla sanità. «Non è la mancanza della volontà di assicurare anche in un ramo storicamente in perdita - prosegue Manzato - però può succedere che le condizioni poste da chi vuole comprare una polizza non si incrocino con quelle di chi la vende». E c´è chi rischia di restare senza assicurazione. Alessandro Visconti dirige l´azienda Icp di Milano, che controlla mille posti letto tra l´altro al Buzzi e al Cto, ed è membro della Fiaso, l´associazione dei direttori generali delle Asl. «L´assicurazione che ci seguiva ci ha mandato la disdetta del contratto - racconta - Ora faremo una gara ma non so se ci saranno concorrenti. Potrebbe anche non presentarsi nessuno». Per Visconti il problema è centrale nella nostra sanità perché «i costi assicurativi incidono sempre più sui nostri conti. La mia azienda tra franchigia e premio di polizza spende 8 milioni di euro su un bilancio da 300 milioni». Quando si fa un´assicurazione c´è il rischio che la compagnia crolli. È successo alla Faro, che è fallita e ha lasciato alcune Asl in grande difficoltà.
    Alcune Regioni hanno pensato di fare da sole. In Toscana tutto nacque quando a Careggi vennero trapiantati per sbaglio tre organi di un donatore malato di hiv. L´assicurazione, costretta a un risarcimento milionario, lo stesso anno ha disdetto la polizza. L´azienda ha così pensato di autoassicurarsi, coinvolgendo poi tutta la Regione. Nel 2009 la Toscana spendeva 45 milioni di euro di polizze assicurative per le Asl con cui copriva circa 1.500 denunce di danno all´anno. Nel 2010 ha rimborsato da sola ben il 50% dei danni da errori medici per un valore di 5 milioni di euro. Nella restante metà ci sono sicuramente danni più importanti, ma difficilmente serviranno altri 40 milioni per risarcirli. In più i soldi sono stati dati prima ai cittadini. Il Piemonte ha adottato da tempo un sistema simile anche se conserva un´assicurazione per i casi più costosi. Da pochi giorni, poi, è partita la Liguria.

    Fonte: Repubblica del 31.10.2011


  • 24/10/2011

    Malasanità, un caso ogni due giorni

    Errori, disservizi, carenze strutturali e altre inefficienze: in una parola malasanità. In Italia, in media, ogni mese si contano 16 casi di presunta malasanità che finiscono sotto la lente d'ingrandimento della Commissione parlamentare sugli errori. Più di uno ogni due giorni. Un dato clamoroso dal momento che si riferisce solo ai casi presi in esame dalla Commissione parlamentare. In poco più di due anni, dal primo ufficio di presidenza di fine aprile 2009 al 30 settembre 2011, si contano 470 casi, riepilogati in un rapporto che l'Adnkronos Salute è in grado di anticipare.
    Presunta malasanità: in 329 casi si è registrata la morte del paziente, o per errore diretto del personale medico e sanitario, o per disfunzioni o carenze strutturali. Oltre 300 casi di decessi di cui 223 legati a presunti errori medici e 106 a inefficienze di vario tipo. Ma il dato più impressionante è forse un altro: circa la metà del numero totale dei decessi si è registrata in due sole regioni: Calabria (78) e Sicilia (66).
    Praticamente un bollettino di guerra, specie al Sud. E il fenomeno sembrerebbe addirittura in crescita se si prende in esame solo l'ultimo anno. Negli ultimi 365 giorni la media dei casi di presunta malasanità che sono finiti sul tavolo della Commissione si è infatti alzata: da 16 casi al mese (calcolati su 2 anni e mezzo) si è passati a 19. Da settembre 2010 a settembre 2011 la Commissione è infatti intervenuta 228 volte. Oltre 200 episodi di presunta malasanità che potrebbero aver causato la morte di 166 pazienti. In un solo anno. È quanto emerge dall'analisi delle tabelle sui casi di malasanità all'esame della Commissione parlamentare d'inchiesta sugli errori in campo sanitario e i disavanzi sanitari regionali, consultata dall'Adnkronos Salute. Episodi che dopo un esposto, una segnalazione, o magari un articolo di giornale, arrivano sul tavolo del presidente della Commissione Leoluca Orlando. Che interviene.
    L'analisi, se da una parte fa emergere il grande lavoro e la capillare attenzione con cui opera la Commissione, dall'altra mostra un lato sinistro della sanità nazionale: su 470 casi monitorati, ben 97 si sono verificati in Calabria, 91 in Sicilia, 51 in Lazio, 32 in Puglia, 31 in Campania, 29 in Toscana, 28 in Lombardia, 24 in Emilia Romagna, in 23 Veneto, 20 in Liguria, 10 in Valle D'Aosta, 9 in Piemonte, 7 in Abruzzo, 4 in Umbria, 3 in Marche, Basilicata e Friuli Venezia Giulia, 2 in Molise e Sardegna, 1 in Trentino Alto Adige. Anche per quanto riguarda i decessi, a finire sul podio più alto di questa triste classifica è la Calabria.
    Tra gli episodi all'esame della Commissione errori, i morti legati a presunti casi di malasanità in terra calabrese sono stati 78. Tanti i decessi anche in Sicilia: 66. Seguono il Lazio con 35 morti, Campania con 25, Puglia con 21, Toscana con 18, Emilia Romagna con 16, Liguria con 14, Veneto con 13, Lombardia con 11, Valle D'Aosta con 9, Abruzzo con 7, Piemonte con 4, Umbria con 3, Friuli Venezia Giulia, Basilicata e Sardegna con 2, Trentino Alto Adige, Marche e Molise con 1.
    Scorrendo le tabelle della Commissione, su un totale di 470 casi di malasanità, 326 riguardano vicende legate a presunti errori da parte dei medici e del personale sanitario. Errori che potrebbero aver causato 223 decessi. Anche qui, sezionando il dato su base territoriale, si evidenziano le situazioni più critiche in Calabria e Sicilia. Nelle strutture sanitarie calabresi si contano 82 casi all'esame della Commissione, in Sicilia se ne registrano invece 57.
    La poco onorevole medaglia di bronzo, anche in questo caso, spetta al Lazio con 28 casi legati a presunti errori medici. Le cose non vanno molto meglio in Campania e in Toscana, dove si registrano ben 23 casi di presunti errori medici. A seguire: Puglia e Lombardia con 19, Emilia Romagna con 17, Veneto con 15, Liguria con 13, Piemonte e Valle D'Aosta con 6, Abruzzo con 5, Umbria con 4, Marche con 3, Friuli Venezia Giulia e Basilicata con 2, Trentino Alto Adige e Molise con 1.
    Gli episodi di malasanità non sempre però hanno a che fare con l'errore diretto del camice bianco. Spesso sono figli di disservizi, carenze, strutture inadeguate. Tutte lacune del Servizio sanitario nazionale che la Commissione cataloga come "altre criticità". Su 144 casi totali registrati in tutto il Paese (che potrebbero aver causato 106 vittime), 34 riguardano gli ospedali siciliani, 23 le strutture del Lazio, 15 quelle della Calabria. E ancora: 13 casi si sono verificati in Puglia, 9 in Lombradia, 8 in Veneto e Campania, 7 in Emilia Romagna e Liguria, 6 in Toscana, 4 in Valle D'Aosta, 3 in Piemonte, 2 in Abruzzo e Sardegna, 1 in Friuli Venezia Giulia, Basilicata e Molise. Nota positiva: sono tre le regioni in cui - al momento - non si sono registrati casi di malasanità di tipo, per così dire, strutturale: Trentino Alto Adige, Umbria e Marche.
    «A due anni dall'effettivo inizio della sua attività di inchiesta - sottolinea il presidente Orlando - possiamo tracciare un bilancio molto positivo degli effetti prodotti dalla Commissione. In primo luogo la nascita e la crescita della consapevolezza che la tutela della salute, prevista dall'articolo 32 della Costituzione, sia un diritto per i cittadini ma anche un dovere per gli operatori sanitari, da noi continuamente invitati a rivendicare l'esigenza di essere posti nelle migliori condizioni di operare». Per Orlando, infatti, «troppo spesso casi di malpractice potevano e potrebbero essere evitati, qualora gli operatori provvedessero o avessero provveduto a denunciare spontaneamente anomalie e disfunzioni; ma pratiche purtroppo diffuse di selvaggio spoil system rischiano di indurre l'operatore ad essere più preoccupato di non creare problemi al manager o al politico che procede alla nomina, piuttosto che provvedere, in condizioni di sicurezza per sè e per i pazienti, lo svolgimento della propria attività istituzionale. Riteniamo, dunque - aggiunge - che superare un certo clima di preoccupazioni e di paure diffuso tra i professionisti della sanità ed evitare esempi controproducenti di difesa corporativa siano condizioni indispensabili per un corretto funzionamento del sistema».
    Secondo il presidente della Commissione errori, è però necessario prendere in esame anche altri elementi. «Da un ragionamento sul tema - spiega - dobbiamo, per completezza e correttezza, ricordare che accanto ad esempi di malpractices mediche, si registrano spesso anche casi di "mali legali", ovvero di avvocati che non rispettano regole deontologiche nell'assistere i parenti delle vittime o le vittime stesse degli errori sanitari, così come casi di "mali malati", ovvero pazienti che strumentalizzano eventi negativi non sempre legati a responsabilità personali o gestionali. Ci sono, infine i "mali assicuratori" che non sempre adempiono al loro ruolo e ai loro obblighi in modo tempestivo e adeguato».

    Fonte: Il Messaggero del 24.10.2011


  • 13/09/2011

    Danno morale oltre le tabelle

    La liquidazione del danno biologico, anche se calcolata in applicazione delle "tabelle milanesi", non esclude per la vittima il riconoscimento ulteriore del danno morale. A distanza di tre mesi dallo sdoganamento universale del "metro" del tribunale lombardo (sentenza 12408/11, depositata il 7 giugno), la Cassazione (Terza civile, 18641/11, depositata in cancelleria il 12 settembre) torna sul risarcimento da fatto illecito, per ribadire che né la giurisprudenza e neppure il corpo normativo hanno mai escluso la sussistenza di altre voci di danno, esistenziale o morale, accanto a quello biologico. Il caso esaminato dai giudici della Terza riguardava la breve e dolorosa esistenza di un bambino, che a causa di un parto travagliato - e della colpa medica ricostruita e affermata nel processo – visse poco più di 11 anni con il 100% di invalidità. In primo grado il ginecologo e la Asl Liguria erano stati condannati a risarcire 1,2 miliardi di lire per il minore e 300milioni a testa i genitori, verdetto parzialmente rivisto in Appello, ma solo per trasferire integralmente il debito a carico del professionista. Alla Cassazione i legali del medico chiedevano quindi di riconoscere l'illiceità del risarcimento nella parte ulteriore rispetto alla liquidazione del danno biologico (per violazione dell'articolo 2059 del codice civile: «Il danno non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi determinati dalla legge»), ritenendo che «il danno non patrimoniale da lesione del diritto alla salute costituisce una categoria ampia e omnicomprensiva contenente tutti i pregiudizi patiti dal danneggiato». Fonte: Il Sole 24 Ore del 13.09.2011
  • 29/08/2011

    Responsabilità medica “a cascata” da provare

    II medico che non prova che il decesso del paziente è dovuto al comportamento successivo dei suoi colleghi deve risarcire il danno ai parenti. È quanto affermato dalla sezione civile del tribunale di Caltanissetta (giudice Tona) con sentenza depositata 1'u luglio scorso. La vicenda ha visto coinvolta una donna ricoverata in stato di gravidanza per minacce di aborto, affetta da una grave forma di anemia. Nata la bambina, la donna era stata accompagnata dal marito, per i forti dolori al basso ventre, al vicino pronto soccorso. Dove il medico di turno, informato del quadro clinico della signora e dunque anche della patologia di cui soffriva, le somministrava dei farmaci antidolorifici, senza procedere ad alcun esame del liquido ematico o a indagini strumentali. Dopo qualche giorno, a seguito di altri accertamenti ematici, il marito riteneva di recarsi presso la struttura ospedaliera dove la donna aveva partorito e, rilevati valori abnormi dell'emoglobina, i medici provvedevano al ricovero e a successiva urgente trasfusione. Ciò nonostante, la paziente decedeva poco dopo. A questo punto, il marito e la figlia avanzano richiesta di risarcimento del danno nei confronti del medico di turno del locale pronto soccorso, nonché nei riguardi dell'assessorato alla sanità e della società assicuratrice del nosocomio. II tribunale di Caltanissetta riconosce agli eredi della vittima il risarcimento dei danni patiti. In particolare, l'estensore afferma che, anche adottando i più rigorosi criteri di accertamento del nesso di causalità stabiliti dalle sezioni unite penali (sentenza 30328/2002), è stato dimostrato che l'omissione del medico impedì un tempestivo trattamento terapeutico. In sostanza, la relazione che s'instaura tra il medico e il paziente è foriera di specifici obblighi di protezione, giacché il sanitario è gravato non solo dall'obbligo, negativo, di non cagionare danni al malato, ma anche dagli obblighi positivi di attivarsi con prudenza, diligenza e perizia sia sul piano diagnostico sia su quello terapeutico. Da ciò discende che la responsabilità in cui incorre il medico che, non adempiendo i propri obblighi, cagioni un evento lesivo, si atteggia secondo i tratti distintivi della responsabilità contrattuale.
    Quindi, secondo il magistrato, incombeva sul sanitario dimostrare la concorrente responsabilità di altri colleghi intervenuti dopo di lui nel trattamento della paziente. Siffatta prova, tuttavia, non è stata fornita e, anzi, si può affermare che l'errore diagnostico del medico non è stato la causa esclusiva del decesso della donna, ma ha avuto un effetto eziologico determinante. Si può parlare - conclude l'estensore - di «concausa determinante». Così, stabilita la responsabilità del sanitario per il decesso della donna, il tribunale, oltre a riconoscere il danno da perdita parentale, ritiene provato anche il danno «catastrofale». Un danno, si precisa, che ha origine nella sofferenza patita dalla persona che lucidamente assiste allo spegnersi della propria vita, purché sia entrato a far parte del patrimonio della vittima al momento della morte (Cassazione 17177/2007). Infine,un interessante principio affermato dal tribunale riguarda l'azione di rivalsa dell'assessorato nei confronti del medico di turno. In tal caso, secondo l'insegnamento delle sezioni unite 15228/2001, la controversia deve essere trattata dalla Corte dei conti poiché l'azione di rivalsa dell'ente ospedaliero nei confronti di un proprio dipendente si riferisce sia ai fatti inerenti al maneggio di denaro, sia alle ipotesi di risarcimento del danno per fatto colposo del proprio dipendente.

    Fonte: Il Sole 24 Ore del 29.08.2011


  • 26/08/2011

    Il dottore è in tribunale

    Trentamila l'anno, con un tasso di crescita che sfiora il 150 per cento annuo: e la stima delle richieste di risarcimento a medici e strutture sanitarie da parte di pazienti che si ritengono danneggiati. E che si traducono in una continua litigiosità, un astio tangibile che palesa, ancora, la caduta di fiducia trai malati e i dottori chiamati a curarli. E questa la nota dolorosa: non c'è più quel legame dl fiducia che dava al medico la tranquillità di azione e al paziente la certezza della cura. Così si finisce davanti al giudice, magari per un malinteso che, se sottende un gap antropologico e sodale seno, spesso è sul piano medico assai banale, La faccenda è così pervasive che Asl e regioni, per tutelarsi, spendono in polizze assicurative quasi un milione di euro l'anno. E aumentano spaventosamente il carico burocratico sui dottori, chiamati a compilare moduli, ad attenersi a protocolli che spesso snaturano la libertà di cura e magari non aderiscono perfettamente al caso clinico die hanno davanti, mentre si fa un gran parlare di personalizzazione delle cure. Sappiamo che questa è la base della medicina scientifica, ma se la burocrazia sostituisce la clinica, allora sono dolori. Per I pazienti, soprattutto. Il terna è tanto dirompente quanto poco trattato. Per questo è benvenuto un libro che lo affronta dal punto di vista dei giurista: 'Cartella clinica e responsabilità medica" dl Vittorio Occorsio edito da Giuffrè. Che parte dalla cartella clinica, l'unico documento dell'azione del medico con valore giuridico. Che motti dottori considerano un peso ma che può essere il loro stravento di libertà, per scrollarsi di dosso la burocrazia assumendosi piena responsabilità dell'atto clinico.

    Fonte: l’Espresso del 26.08.2011


  • 02/08/2011

    Malasanità, Lazio terzo

    «La cronaca quotidiana ci impone ormai con urgenza una riflessione sull'impatto complessivo del decreto 80» E' quanto afferma con una nota Giulia Rodano, consigliere regionale di Italia dei Valori e vicepresidente della Commissione Sanità della Regione Lazio che spiega «nonostante i ripetuti appelli dell'opposizione, la presidente Polverina e la sua struttura commissariale non hanno mai accettato di confrontarsi sul piano, né in aula né in commissione Sanità. A questo punto, però, non ci sembra più rinviabile l'istituzione di una vera e propria Commissione d'indagine, prevista dallo Statuto, che senza alcuna spesa aggiuntiva per la Regione approfondisca tutti gli effetti del piano di riordino ospedaliero. Avanzeremo questa proposta in sede di assestamento di bilancio». Così l'esponente dell'Idv ricorda il caso della donna anziana deceduta sabato al San Camillo che presenterebbe «inquietanti analogie con una circostanza analoga, verificatasi venti giorni fa, quando un paziente morì dopo ben quattro rifiuti in altrettanti pronti soccorso». «Il decreto 80 pone l'ospedale pubblico in condizione di incorrere in abbagli di questo tipo, perché desertifica la rete di emergenza delle provincie e affoga i pronti soccorso di Roma. A completare il quadro ci sono il blocco delle assunzioni e degli investimenti. II risultato è che la sanità pubblica è più insicura e meno attrezzata, i pronti soccorso che sono sopravvissuti al decreto 80 sono sempre affollati, i pazienti che devono svolgere un esame urgente sono costretti a rivolgersi a strutture di altre regioni». «Non credo che sia possibile attendere oltre - conclude Rodano - Renata Polverini avvii il percorso necessario per rivedere il decreto 80, prima che le criticità degenerino ulteriormente mettendo medici e infermieri delle strutture pubbliche nelle condizioni di doversi giustificare per errori che sono stati commessi da altri».. E su questo caso c'è da registrare l'intervento dell'associazione Codici che ricorda come la donna sia morta «dopo ventuno ore di attesa sulla sedia a rotelle e dopo essere stata classificata al Pronto Soccorso del San Camillo come Codice Verde. Il dramma è stato vissuto da un'anziana donna di 81 anni, poi deceduta, e dalla sua famiglia. Dalle dichiarazioni del di- rettore generale sembrerebbe che l'ospedale abbia fatto tutto il possibile, dall'elettrocardio-gramma alla Tac, in realtà dalle parole dei familiari della signora si evincono la sofferenza e la lenta agonia che la donna ha dovuto subire prima di essere sottoposta, ormai troppo tardi, alla Tac. Il Lazio - conclude Codici è la terza regione d'Italia per casi di malasanità, è al terzo posto per quanto riguarda i decessi legati a presunti casi di malasanità, con 24 morti. Sono invece 21 i casi di presunti errori. Numeri che fanno rabbrividire».

    Fonte: l’Espresso del 2.08.2011


  • 05/07/2011

    Liste d’attesa, 8 milioni di visite senza controllo

    Sanità, liste d'attesa bibliche nel Lazio. Ma non per tutti. Due prestazioni su tre non passano per il centro unico di prenotazione regionale. A fare i conti è un dossier di Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del Malato. «8.571.821 prestazioni sono state erogate nel 2010 fuori da ogni controllo del Servizio di prenotazione», denuncia la onlus. I dati sono tratti nero su bianco direttamente dal report della cooperativa Capo-darco (che gestisce il Recup) alla commissione sanità della Pisana, febbraio 2011, e dalle segnalazioni giunte nel 2010 allo sportello della onlus. A Roma e provincia percentuali particolarmente alte di prestazioni erogate ma non prenotate, secondo il dossier, si riscontrano presso la Asl Roma H (64,9%), cui fanno capo gli ospedali di Albano, Nettuno, Anzio, Frascati, Velletri. In particolare la Asl Roma H conta 90.717 accertamenti prenotati al call center del Recup, 208.996 da sportello su agende pubbliche, 900 da sportello su agende esclusive (malati già in cura) e ben 557.437 prestazioni non prenotate per accettazione diretta da sportello. Quest'ultimo dato si desume, precisa Cittadinanzattiva, dai ticket pagati allo sportello e figurano nel report di Capodarco. Fra le aziende ospedaliere spiccano il Policlinico Umberto I (85,87), il San Camillo Forlanini (75,74), gli Ifo Regina Elena e San Gallicano (76,46), il San Filippo Neri (77,48), il Sant'Andrea (68, 15). Nel resto della regione, secondo il dossier, «si distingue in negativo l'Asl Viterbo (70,9), seguita da Asl Frosinone (68,1) e Asl Latina (67,6)». Nel complesso, sempre nel 2010, ben il 62,9% delle prestazioni risultano non prenotate. «Sostanzialmente il cittadino si è presentato allo sportello il giorno stesso», spiega Giuseppe Scaramuzza, segretario di Cittadinanzattiva. «E' un dato che si colloca fuori da ogni controllo del sistema regionale di prenotazione. Non consente una seria regia generale per governare e possibilmente ridurre le liste d'attesa». A puntare il dito è anche Giuseppe Marotta, direttore di Capodarco, la cooperativa che dal 1999 gestisce il Re-cup. "Il 65,8% delle prestazioni che le Asl e il sistema sanitario pubblico forniscono al cittadino non transita per noi" conferma: «Non rientrano nel Recup ospedali importanti, cito il Fatebenefratelli, sono fuori. Idem le strutture private convenzionate». Risultato? Due su tre prestazioni sono fuori dal centro di prenotazione, chi è in lista d'attesa deve affrontare code bibliche. A maggio fino a 589 giorni per una mammografia, fino a 341 per una risonanza magnetica, fino a 1.134 giorni per un eco-doppler. Indubbiamente in qualche Asl da maggio a oggi ci si sarà pure rimboccati le maniche. E' il caso dell'eco-doppler sovraaortico nell'Asl RmA, come segnala il commissario della Asl. Ma il quadro generale è questo. Che fare? Qualcosa per fortuna si sta muovendo. «Di recente c'è stato sul piano nazionale un accordo fra governo e regioni», ricorda Sacaramuzza. «Le regioni entro il 30 luglio devono varare un piano per abbattere le liste d'attesa. Per far questo devono sentire anche il parere degli utenti. Noi però dalla Regione Lazio ancora non siamo stati convocati, aspettiamo».

    Fonte: Libero ed. Roma del 5.07.2011


  • 30/06/2011

    Il chirurgo morto dopo aver operato - Soltanto un dottore

    Un tempo si chiamava «missione» e giustificava qualsiasi sacrificio, chi faceva il dottore l'aveva sposata. Oggi, forse anche per pudore, la definiamo diversamente, senso di responsabilità, passione per il proprio lavoro, ma la sostanza non è cambiata. Nessuno se ne è mai lamentato, ce lo siamo scelti: notti, reperibilità, disponibilità fanno parte della professione. Un mestiere che resta particolare, un lavoro per il quale ancora oggi vale sempre la pena, malgrado tutto e tutti, e che è ancora il più bello del mondo. Quando percepisci che in quel momento stai facendo qualcosa che aiuterà quel paziente, proprio quello G che hai davanti agli occhi che ti guarda aspettando le tue reazioni, allora capisci cosa vuole dire fare il dottore, perché hai studiato per tanti anni e perché continuerai a studiare e a «esserci». Basta poco, uno sguardo, una stretta di mano data in un certo modo; perché se è vero che per i pazienti è molto importante quello che dicono loro i dottori, anche per i medici è importante avere la percezione che il malato «riconosca» quanto viene fatto per lui, oggi più che mai. Perché la medicina è anche fatta dai singoli professionisti e dalle loro sensibilità, dal senso clinico, dalle mani del chirurgo e non sempre uno vale l'altro, un buon dottore fa ancora la differenza. Recentemente ho rivisto un mio amico, un grande chirurgo, che, prendendomi da parte come se dovesse farmi una confidenza, mi ha detto: «Sai, mi chiedono di organizzare le attività, di partecipare a comitati, di andare a riunioni, ma io ho ancora voglia di operare, ho ancora bisogno di aiutare gli altri; certo ho fatto tanto nella mia carriera ma ho ancora voglia di dare e il mio spazio è la camera operatoria, altrimenti non avrei scelto di fare questo lavoro». Si sceglie da giovani quando le idee sono ancora sfuocate ma ci si mette poco a chiarirle: un po' di corsia e si capisce subito. Non è facile stare tutti i giorni in mezzo al dolore, anche dopo annidi professione ci sono sere che torni a casa provato, non è vero che si diventa cinici, anzi, con il passare degli anni spesso è peggio, il contatto con la sofferenza logora, ma il resto ti ripaga, la passione, o la missione che dir si voglia, prevale sempre. Ogni tanto magari brontoli perché se ne approfittano, l'amministrazione, il tuo capo, l'Asl, tanto sanno che alla fine ci sarai comunque, non lascerai i tuoi malati. E anche quando non toccherebbe a te, o hai la febbre, o non ti senti vai. Così è successo anche a Vincenzo Capacchione, il cardiologo emodinamista spirato pochi minuti dopo aver terminato un'angioplastica coronarica: se ne è andato dopo aver salvato il suo ultimo paziente. Anche per lui veniva prima il malato, poi tutto il resto. Non conoscevo Vincenzo ma non credo si debba chiamarlo eroe, era «solo» un dottore.

    Fonte: Corriere della Sera ed. Milano del 30.06.2011


  • 28/06/2011

    Senza esami il danno è certo

    Una sofferenza fetale va "presunta" se gli accertamenti sono insufficienti Senza esani il danno è certo L'omissione non basta al nesso causale: ecco le regole per la responsabilità Senza esami clinici la sofferenza del feto non si esclude, anzi si presume: se un evento è possibile anche a causa di patologie pregresse, occorre agire secondo la regola «del più probabile che non». Il nesso causale deve essere riconosciuto quando c'è un'adeguata probabilità, sul piano scientifico, della risposta positiva e non occorre l'assoluta certezza dell'eziopatogenesi. Se poi c'è un comportamento omissivo del sanitario, andrà anche accertata la possibilità di evitare il danno se l'attività medica fosse stata correttamente e prontamente prestata In questo caso, l'onere grava sul danneggiato indipendentemente dalla difficoltà dell'intervento medico. In sostanza un evento è da considerarsi causato dall'altro se il primo non si sarebbe verificato in assenza del secondo, e dal criterio della cosiddetta causalità adeguata, sulla base del quale, all'interno della serie causale, occorre dar rilievo solo a quegli eventi che non appaiono, in una valutazione ex ante, del tutto inverosimili. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 12686/2011 del 9 giugno 2011 che, accogliendo parzialmente il ricorso della paziente, ha rinviato la causa alla Corte d'Appello di Venezia perché giudicasse secondo questa regola di diritto: «In tema di responsabilità professionale del medico, qualora l'azione o l'omissione siano in se stesse concretamente idonee a determinare l'evento, il difetto di accertamento del fatto astrattamente idoneo a escludere il nesso causale non può essere invocato, benché sotto il profilo statistico quel fatto sia più probabile che non", da chi quell'accertamento che la Corte tenitoriale avrebbe potuto compiere invece aveva omesso». Secondo la Corte non si può pervenire a una conclusione certa circa l'insussistenza di una responsabilità medica in relazione alla sofferenza fetale quando la mancata esecuzione di atti del protocollo determina una situazione di incertezza che non può essere messa a carico della partoriente. Nel caso di specie, poi, diversi passaggi del protocollo sia pre-natale (monitoraggio costante) e post-natale ( es. emogasanalisi) erano stati totalmente e% parzialmente saltati. Inoltre, l'ostetrica era stata lasciata da sola a gestire il parto, benché il medico fosse presente nella struttura Questo non vuol dire, afferma la Corte, che l'omissione sia da sola sufficiente a determinare il nesso causale con la patologia, ma quando alla consulenza d'ufficio sono mosse critiche puntuali, il giudice ha l'onere di motivare congruamente le sue conclusioni. La Cassazione ha anche indicato alla Corte d'Appello la corretta strada da seguire nella valutazione della responsabilità medica 1) nel caso in cui risulterà un'eziologia prenatale certa", il nesso causale andrà escluso; 2) se "non risulti dimostrato che il danno si sarebbe verificato anche in mancanza della sofferenza durante il travaglio", pertanto, "occorrerà accertare se i sanitari siano incorsi in una omissione" o meno; 3) infine, se vi dovesse essere "anche solo la ragionevole probabilità della verificazione di una sofferenza fetale", allora si dovrebbe accertare se l'omissione possa essere stata causa (o concausa), secondo un giudizio di adeguata probabilità sul piano scientifico, della patologia della bambina, e solo in questo ultimo caso trame le conseguenze in termini probabilistici sulla salute della bambina. Una volta accertato il nesso causale, poi, il giudice dovrà compiere la valutazione "in merito alla scusabilità" della condotta dei sanitari, e cioè "se questa fu causata o meno da colpa professionale". In questo caso, l'onere della prova grava sui medici e sugli enti di appartenenza, i quali dovranno dimostrare di aver tenuto un comportamento diligente.

    Fonte: Il Sole 24 Ore - Sanità del 28.06.2011


  • 24/06/2011

    Dottore parlami

    Diciotto (18) secondi. Tanto è il tempo che il medico lascia al paziente per raccontare la sua condizione prima di interromperlo, secondo una ricerca pubblicata dagli "Annals of Internal Medicine". Diciotto secondi, poi inizia a fare domande, le sue domande che percorrono un ragionamento e gli permettono di arrivare a una conclusione scientificamente solida, è vero, ma che mai soddisfa la voglia di raccontarsi e capire del malato. Fermiamo la scena su quei 18 secondi. Da un lato il malato che arriva totalmente disorientato, magari col sospetto di una diagnosi molto seria: non importa quanti milioni di pagine abbia letto su Internet, quante interviste abbia sentito alla radio o in tv sulla sua malattia; gli saranno sembrate riferite a un signor X generico, a un mondo lontano di gente lontana, malati, insomma, non lui. Perché ciascuno di noi ha la presunzione di essere unico davanti al male: in un certo senso è vero, ma la medicina ragiona in un altro modo. Così, mentre lui arriva alla visita medica con la testa piena di domande riferite alla sua personalissima condizione, il dottore lo riceve dopo aver visto, magari, una decina di persone coi medesimi sintomi e la medesima diagnosi; e mentre gli apre la porta sbircia la sala d'attesa piena all'inverosimile. Che sempre più lo sarà visto che, per tagliare i costi della sanità, entro un anno mancheranno in ospedale 30 mila medici e la metà dei precari, ovvero i giovani con contratti a termine che oggi mandano avanti molti reparti. -Siamo assediati dai pazienti - , lamentano i camici bianchi: compresi i malati di cancro, quelli sopravvissuti a ictus e infarti, quelli affetti da gravissime patologie. Sono tantissimi. E molto spesso avviati al fine vita. Il 50 per cento di noi segue personalmente oltre dieci malati terminali ogni mese-, racconta Carmelo Iacono, presidente dell'Aiom, l'associazione degli oncologi medici italiani. Quanti riescono a mantenersi sereni e disponibili al dialogo e quanti, invece, mordono il freno ogni giorno atterriti dall'angoscia di un maledetto mestiere? È tutto qui il dilemma di quei 18 secondi. Da un lato una persona affranta e bisognosa di parole, dall'altro un professionista affannato che vede il suo tempo contingentato dall'azienda e, nei casi più drammatici, si rifugia nella razionalità addirittura sforzandosi di non affezionarsi al paziente. Eppure. una soluzione a questa spacca- tura che allontana ogni giorno di più i malati da chi ha il compito di curarli c'è. Magari anche partendo dalla considerazione economica che oggi tanto affligge le aziende sanitarie, perché meno si parla coi pazienti e meno si capisce della loro condizione clinica, più si ricorre a costose tecnologie diagnostiche che innescano, spesso, inutili e ancor più costosi circuiti di medicalizzazione. Allora, perché non cambiare direzione? E provare a dare più tempo ai medici e meno soldi alle tecnologie. Questo chiede un movimento che nascerà ufficialmente il prossimo 29 giugno a Ferrara, con il significativo logo di Slow Medicine e si propone dì combattere il modus dominante della medicina che spazza via il dialogo tra i malati e i dottori per sostituirlo con interventi medici spesso sproporzionati rispetto ai benefici, a volte potenzialmente rischiosi per la serenità del paziente e di non dimostrata efficacia per la salute. Ad animarlo sono, tra gli altri, Giorgio Ben, medico, tra i primi in Italia ad aver studiato e promosso la medicina narrativa (vedi box a pagina 130). e Silvana Quadrino, psicologa e pedagogista, fondatori dell'Istituto di counselling sistemico Change di Torino. Slow medicine chiede alla medicina di tornare a essere sobria, rispettosa e giusta, e identifica sette veleni che la intossicano: l'idea che nuovo sia sempre meglio; la suggestione che ogni procedura proposta sia sempre sicura ed efficace; la convinzione che l'utilizzo di nuove tecnologie risolverà ogni problema; il sentimento comune secondo cui più si fa e meglio è, perché ciò aiuta a guarire e migliora la qualità della vita; il messaggio secondo il quale scoprire una malattia prima che dia sintomi (e quindi sottoporsi a molti esami e a check up) è sempre e comunque meglio; l'impostazione per la quale i potenziali fattori di rischio devono essere affrontati con farmaci. -Tutte queste cose, spiega Giorgio Bert, - nascono da una sorta di idea di onnipotenza della medicina, secondo cui tutto ciò che si può fare dal punto di vista tecnologico e farmacologico non può non portare un beneficio e deve quindi essere fatto. Tuttavia molti studi dimostrano che la realtà è ben più complessa, che esistono atti che non portano a nulla e altri che peggiorano le cose. Non solo, questa convinzione si basa su un'idea ancora più primitiva: che non esistano quasi più malattie incurabili. Ecco, per iniziare a modificare la mentalità di medici e pazienti e ricondurre salute e malattia a una dimensione più fisiologica, crediamo sia giunto il momento di introdurre il concetto di Slow Medicine.. Lo scopo è quello di avviare un movimento culturale, spiega Quadrino: -Per coinvolgere il maggior numero possibile di medici e professionisti sanitari che agiscano con un approccio umano e non meramente tecnicistico. Perché, ed è un fatto: secondo una ricerca condotta su 2.500 prestazioni sanitarie supportate da buone evidenze scientifiche, solo il 46 per cento è sicuramente utile, e il 4 per cento è dannoso. Analogamente, il "Journal of the American Medical Association" ha riportato uno studio in cui si dimostra che la maggior parte dei dispositivi medici nuovi approvati dalla Food and Drug Administration sono simili a quelli già in uso e sono stati introdotti soprattutto per motivi commerciali, senza dimostrazione diretta di efficacia clinica. Infine, il dato più inquietante, riportato sul "Brirish Medical Journal" nel 2011: chi vive in zone dove si prescrive molto ha una vita media più breve rispetto a chi abita in zone dove si ragiona un po' di più prima di indicare esami, procedure e farmaci. -Studi come questi, commenta Bert, «dimostrano che è giunto il momento di fermarsi e riflettere su che cosa sia davvero utile per il paziente e di spiegarlo anche a lui. Per fare questo, è necessario parlare con lui ricordando, per esempio, che la maggior parte delle malattie gravi può essere curata ma non guarita, che le protesi ogni tanto si rompono, che 1 farmaci non hanno solo effetti positivi, che molti interventi medici offrono benefici marginali o risultano inefficaci, che gli screening producono anche effetti dannosi; è inoltre necessario esplorare insieme a lui che cosa d'altro si può fare. Perché si può fare comunque tanto-. Perché al cuore dell'approccio slow c'è il recupero della vera nota dolente della medicina contemporanea: la capacità di avere un vero dialogo con il paziente, atto che, se fatto seguendo una metodologia che ormai è ben nota e convalidata, porta indubbi vantaggi da tutti i punti di vista. Anche in questo caso, diversi studi lo hanno già dimostrato con i numeri. Tra i più recenti ce n'è uno alquanto provocatorio pubblicato su "Rheumatology": la capacità di ascolto degli omeopati, com'è noto, è ciò che attira nei loro studi moltissime persone, e in effetti quando i ricercatori dell'Università di Southampton hanno chiesto a un'ottantina di malati di artrite reumatoide di prendere parte a sedute regolari con un omeopata per sei mesi, pur continuando ad assumere le terapie non omeopatiche, si sono accorti che i malati riportavano miglioramenti nei sintomi e nelle crisi misurabili con le scale convenzionali. II dialogo e la possibilità di confrontarsi sul proprio disagio hanno avuto insomma un effetto terapeutico vero e, a differenza di quanto accade con i farmaci omeopatici, quantificabile. Effetto placebo del sentirsi accuditi? No. E lo spiega Egidio Moja, direttore del centro Cura (Centro universitario sugli aspetti relativo-comunicazionali in medicina) dell'Università di Milano: «Non si pensi che il paziente vuole stare ore a parlare della sua malattia: studi dimostrano che una visita di più di mezz'ora non gli è gradita. Ma non c'è dubbio che se il medico capisce il punto di vista del suo malato, aumenta di molto la possibilità che lui faccia la cura nel modo giusto-. Dunque, non un tempo infinito, ma mirato, per permettere al medico di comprendere cosa passa nella testa del suo paziente, come vive, che motivazioni alla cura ha. In questo modo, aggiunge Moja, «posso inserire la terapia nella vita del malato, nelle sue credenze, nei suoi gusti, anche. il che non vuol dire, come molti pensano, arrendersi, ma ascoltare per avere gli elementi per convincere e curare.

    Fonte: l’Espresso del 24.06.2011


  • 22/06/2011

    “Sangue infetto, ora vogliamo giustizia”

    Hanno sfilato per le vie del centro di Roma al grido di «Assassini, assassini. Lo striscione in testa al corteo è eloquente: "Sangue infetto, strage di Stato". Dopo il presidio al ministero dell'Economia, il Comitato vittime sangue infetto nel pomeriggio ne ha formato un altro a Montecitorio, per chiedere che sia finalmente approvato il decreto legge per il riconoscimento degli indennizzi a quanti hanno contratto malattie a causa di trasfusioni effettuate con sangue infetto e che abbiano diritto ad accedere al procedimento transattivo in atto da quattro anni. «Tremanti vuole mantenere i conti puliti col sangue infetto dei malati che hanno contratto infezioni da Hiv ed Epatite C a causa della mancanza di controlli sulle trasfusioni. Questa è una strage di Stato, aveva affermato Sandra D'Alessio, vicepresidente del Comitato. Che poi ha spiegato che la delegazione è stata ricevuta a Palazzo Chigi dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, e dallo stesso ministro dell'Economia. Alla delegazione è stato spiegato, ha riferito la D'Alessio, che il sottosegretario Letta e il ministro Tremonti avrebbero condiviso la necessità dell'inserimento del decreto legge nella manovra finanziaria della prossima settimana. In Italia sono 80mila i morti o gli ammalati per trasfusioni di sangue infetto negli ultimi 30 anni, 409 le vittime accertate fino al 2001. Appena 700 quelle che hanno ottenuto un risarcimento. Altre 5mila persone che attendono i soldi dallo Stato molto probabilmente non vedranno un euro a causa della prescrizione del reato. Chiedono che vengano riammesse le persone escluse per prescrizione dal risarcimento attraverso il decreto legge. Al danno, ecco la proverbiale la beffa: l'indennità di 500 euro al mese circa, riconosciuta alle vittime da una sentenza della cassazione del 2005, è stata tagliata con la finanziaria. Facciamo un passo indietro e torniamo con un balzo temporale agli anni 60 e 70, quando nel nostro Paese le aziende farmaceutiche acquistarono plasma umano a basso costo dalle periferie degli Stati Uniti, dalle carceri di Arkansas e Alabama e da alcuni Paesi centroafricani. Era sangue illegale. Di provenienza illecita o non certificata che, senza essere sottoposto ad alcun controllo, veniva portato in ospedali pubblici e trasfuso nei corpi ignari di cittadini in cerca di aiuto. Improvvisamente, vi fu un fiorire di nuove, impreviste malattie, dall'epatite all'Aids. Mala politica e mala sanità s'intrecciarono in questa torbida vicenda, con la complicità di aziende farmaceutiche specializzate nel trattamento e nel commercio di emoderivati. E così, decine di migliaia di persone tra gli anni Settanta e Novanta rimasero contagiate dal sangue infetto. Di qui, in tanti hanno iniziato a organizzarsi in associazioni e comitati e a intraprendere azioni legali, anche in sede penale. Così, dopo vent'anni di vergognoso silenzio politico e mediatico, diverse sentenze hanno accertato in via definitiva la responsabilità civile dello Stato per tutti i contagi (da Hiv ed epatite B e C) avutisi sin dalla fine degli anni Sessanta. Nel 2008 la Cassazione emise una sentenza in cui si parlava di "lesione dell'integrità fisica" a causa dell'inadempimento da parte del ministero della Salute dell'obbligo di controllo, direttive e vigilanza in materia di impiego di sangue umano per uso terapeutico. Lo Stato fu ritenuto colpevole e, dunque, costretto a pagare. Ma i danari, quelli ancora non si vedono. Dal 2003 furono avviate una serie di transazioni, corrispondendo quell'equo indennizzo esteso dalla legge 210 del 92 anche alle persone danneggiate da sangue infetto. Qualche risultato si è avuto: 700 emofilici sono stati risarciti dal ministero della Salute con 400mila euro in media. Altre 100 persone ebbero il rimborso nel 2006. Nel 2007 una legge apri le transazione a tutti i 6000 italiani che hanno una causa in corso. Secondo la legge, la transazione dev'essere analoga e coerente con quella del 2003: di fatto, spettano rimborsi ai trasfusi, ai thalassemici, ai vaccinati e agli altri emofili. Nel 2010 le cose cambiarono: scomparvero l'analogia e la coerenza, facendo posto alla prescrizione e al requisito del danno minimo. E alla discriminazione tra categorie, ovvero il motivo fondante della protesta del Comitato: di fatto, per lo stesso danno fisico il ministero ha proposto a un emofilico un rimborso di 400mila euro, mentre a un emotrasfuso solo 68mila.

    Fonte: La Discussione del 22.06.2011


  • 21/06/2011

    Anche l’infermiere paga la “colpa medica”

    Anche l'infermiere è responsabile penalmente per "colpa medica". Anche a lui spetta un ruolo nella tutela della salute del paziente, un ruolo cautelare, per esempio, per quanto riguarda il controllo del decorso postoperatorio e sulla convalescenza. La Corte di cassazione (quarta sezione penale, sentenza n. 24573, depositata ieri) ha così annullato la pronuncia con cui il Gup aveva dichiarato il non luogo a procedere nei confronti di alcuni medici accusati dalla famiglia di un paziente di avere sottovalutato le condizioni di un familiare che, ricoverato d'urgenza dopo un incidente di moto, era dopo pochi giorni deceduto. Alla base del proscioglimento, almeno per gli infermieri, c'era la considerazione per cui le funzioni di ausiliari del personale medico escludono che gli infermieri possano avere una propria autonomia di valutazione sulla verifica della compatibilità del quadro clinico del paziente con l'intervento e le cure dei medici. Insomma, gli infermieri, in punta di diritto, ma anche di fatto, per il Gup non rivestono una tipica posizione di garanzia.

    Fonte: Il Sole 24 Ore del 21.06.2011


  • 14/06/2011

    Medici on-line a prova di errore

    I passi avanti della tecnologia in ambito sanitario stanno migliorando l'assistenza, velocizzando i tempi di gestione delle pratiche mediche, ma rendono sempre più necessaria una revisione dell'aspetto organizzativo delle strutture di cura Una ricerca realizzata da Federsanità araci sullo sviluppo dei livelli essenziali di innovazione in sanità ha permesso di acquisire le informazioni utili alla messa a punto di un modello di riferimento per l'innovazione tecnologica delle strutture sanitarie e, allo stesso tempo, di un sistema di intervento per porre le basi metodologiche per il lancio di una azione integrata sulla sanità elettronica. «L'impatto dell'ingresso delle tecnologie nelle aziende sanitarie ha mostrato notevoli vantaggi, sulla spinta dei quali è possibile ipotizzare operazioni di finanziamento perle aziende ma soprattutto impostare una riorganizzazione globale sistematica, condivisa e pianificata», ha spiegato Massimo Mangia, responsabile e-health Federsanità araci Un esempio in tal senso è l'Ospedale San Giovanni Bosco di Torino, dove alcuni anni fa è stato avviato un progetto di smaterializzazione della documentazione utile alla somministrazione della terapia ai pazienti di medicina generale grazie. a schermi touch screen, netbook, tablet pc e computer da tavolo, tutti collegati tra loro via wi-fi. Dall'esigenza di ridurre, o addirittura annullare possibili discrepanze tra le informazioni trasferite da medico a infermiere, azzerando allo stesso Tempo i tempi di passaggio delle stesse, è stata data vita a un'applicazione che ora sta trovando utilizzo anche in altri reparti dell'ospedale. Un software fatto su misura in base alle esigenze di medici e infermieri è stato collaudato su oltre 34 mila terapie, 750 giorni di funzionamento continuo e 36 utenti sanitari. «Il progetto è nato per risolvere alcuni problemi relativi alla sicurezza del dato», ha spiegato Massimo Giusti, direttore del reparto di Medicina interna del nosocomio piemontese, «nel 99% degli ospedali italiani il medico riporta sul fascicolo cartaceo informazioni che vengono poi lette e interpretate dall'infermiere per la parte operativa della terapia In questi passaggi esistono alcuni rischi di interpretazione della scrittura, o semplicemente di discrepanza, che possono ridursi a dettagli non gravi per la salute del paziente, come il nome commerciale di un farmaco al posto di quello del principio attivo, ma che rappresentano comunque una situazione a cui porre rimedio per un rigore scientifico». Dal 2006 grazie alla collaborazione con il Politecnico di Torino, partner che ha garantito un'analisi scientifica dei dati, è stato possibile apprezzare i vantaggi di questa soluzione tecnologica in termini di efficienza e di costi. «Si è risparmiata tutti i giorni mediamente un'ora di trascrizione delle etichette dei farmaci per i pazienti, una pratica che adesso avviene in 40 secondi e permette di ottenere informazioni dettagliate sulla medicina e su chi fha somministrata», ha aggiunto Giusti, «inoltre le discrepanze presenti nelle cartelle, prima pari al 70% dei casi sebbene non si trattasse di errori veri e propri, sono state ridotte a zero». La soluzione, realizzata dall'azienda Bdp e Healt Solutions, è un applicativo su base Microsoft nato in stretta collaborazione con medici e infermieri e, proprio per questo, di facile utilizzo. «L'applicazione trasferisce a video la scheda unica di terapia, dando la possibilità di scendere in dettaglio nei singoli trattamenti, e la prescrizione è disponibile in tempo reale sullo schermo dell'infermiere», ha commentato Fabio Boniarsi, amministratore delegato dell'azienda, «possono essere inoltre impostati in automatico studi sull'efficacia della terapia per razionalizzare farmaci e costi, nonché sull'attività lavorativa svolta dai singoli operatori». Ora sono allo studio un progetto di riconoscimento del paziente tramite braccialetto elettronico e lo sviluppo di un software perle allergie, che permette di avvisare con un alert automatico appena viene registrata la somministrazione di una tempia non idonea al paziente. Se all'interno della struttura possono essere velocizzati i tempi e ridotti gli errori, soprattutto nei pazienti con patologie acute, i madori vantate peri malati cronici si concretizzano nella continuità della cura, anche al di fuori dell'ospedale. tana nuora soluzione messa a punto da Intel-Ge. Care Innovation si concentra proprio sull'assistenza a distanza del paziente con diabete. insufficienza cardiaca cronica o bronco pneumopatia cronica ostruttiva. II dispositivo Guide Intel-Ge Care Innovation permette di monitorare s parametri Vitali con un kit specifico per ogni patologia e di trasferire i dati via bluetooth al tablet oltre che di accedere a videoconferenza, formulari interattivi e filmati, dando così l'idea delle potenzialità dei controlli sanitari domiciliari di ultima generazione. «Questa soluzione rende possibile un dialogo continuo trai pazienti e gli infermieri, così che qualsiasi variazione delle condizioni del paziente sia rilevata In tempo reale», ha spiegato Renato Quarato, market development manager di Care Innovations. «L'assistenza a distanza non si rivelata utile solo per ridurre f ricoveri, e quindi i costi per le strutture ospedaliere», ha commentato Massimo Mangia «ma ha mostrato un vantaggio anche peri pazienti, che si sentono monitorati meglio».

    Fonte: Milano Finanza del 14.06.2011


  • 02/06/2011

    AAA avvocati in corsia cercansi

    Avremmo bisogno di un supporto legale nelle corsie degli ospedali italiani per avere un secondo parere, propostoci da esperti legali in materia di responsabilità medica, su come dobbiamo comportarci prima di operare davanti a casi in cui il confine tra medicina e legalità è davvero sottile». Quella che sembra una provocazione è invece una reale necessità proposta a gran voce dai medici chirurghi ospedalieri italiani (Acoi) durante il congresso professionale tenutosi in provincia di Ascoli Piceno la settimana scorsa. «Un chirurgo», racconta a Italia Oggi Rodolfo Vincenti, presidente uscente di Acoi (il neoeletto è Luigi Presenti), «si trova spesso di fronte a situazioni border line, in cui non è sufficiente la sua preparazione giuridica e professionale per stabilire se è giusto operare un paziente oppure no ma in cui serve realmente qualcuno, meglio se una struttura legale di esperti in responsabilità medica, che ci dica - in tempi stretti - come dobbiamo comportarci per non incorrere in una sanzione penale e rischiare di veder compromesso il nostro lavoro e la nostra professionalità». «Al congresso appena terminato», prosegue Vincenti, «ho portato ad esempio alcuni casi limite facendo una sorta di gioco con la platea presente in sala (composta non solo da chirurghi e medici, ma anche da avvocati, medici legali e magistrati, ndr) e, con il metodo del televoto, ho proposto casi tipo in cui noi chirurghi ospedalieri non sappiamo realmente come dobbiamo comportarci». «Ebbene, dall'esito delle risposte forniteci», continua Vincenti, «è risultato come ci sia una confusione totale su alcuni casi ipotetici. Eccone alcuni: poniamo il caso di un paziente che è un testimone di Geova il quale arriva in sala operatoria privo di coscienza e che ha assolutamente bisogno di una trasfusione di sangue per poter essere operato e per aver in salvo la vita: in un caso come questo, considerato che gli appartenenti ai testimoni di Geova rifiutano la trasfusione di sangue per motivi religiosi, come dovremmo comportarci noi chirurghi? In un'ipotesi. di questo tipo, il consenso del paziente non l'abbiamo a disposizione, ma come medici abbiamo al tempo stesso il dovere di curare chi sta male.
    Oppure, caso di un paziente minorenne che soffre di una forte appendicite che, se non viene curata al più presto, può sfociare in una forma di peritonite acuta: ipotizziamo (come spesso è capitato) che i genitori del ragazzino malato siano divorziati e abbiano l'affidamento congiunto del figlio e in cui il padre dà l'assenso ad operare mentre ]a madre non lo dà. Che facciamo noi chirurghi? Insomma, anche gli esperti in sala presenti al nostro congresso hanno dato le risposte più divergenti». «Oggi stiamo ancora aspettando l'approvazione della legge sul governo clinico da parte del Parlamento», porta ad esempio il presidente uscente di Acoi, «che introduca e regoli l'attività dell'organizzazione del risk management all'interno delle strutture ospedaliere, ovvero di quella struttura che determina i percorsi organizzativi volti a ridurre al massimo la probabilità dell'errore aumentando la sicurezza e riducendo così il contenzioso medico-legale. Fortunatamente, però», prosegue, «alcune Regioni italiane si sono già dotate della figura del risk manager e questo ha già portato risultati soddisfacenti riducendo di molto le citazioni in tribunale da parte dei pazienti. Lo stesso problema della mancanza di un risk management in molti ospedali italiani», conclude Vincenti, «lo avvertiamo per l'assenza di una struttura di supporto legale per risolvere o comunque cercare di porre un aiuto al chirurgo che ha il dovere di operare, perché in casi come quelli sopra descritti, una persona sola non può avere una responsabilità unica e perpetua. Noi chirurghi confidiamo che ci venga dato un secondo parere da una struttura di legali( avvocati, esperti in materia di responsabilità medica, magistrati, medici legali ecc.) che ci tolga dalla testa quella spada di Damocle di cui, ogni volta che ci troviamo di fronte ad operazioni border line, sentiamo forte il peso».

    Fonte: Italia Oggi del 2.06.2011


  • 31/05/2011

    La guida al consenso informato

    Cinque i punti chiave del consenso informato: chi deve dare l'informazione, a chi va fornita (nei vari casi in cui il paziente è più o meno cosciente e in grado di intendere e di volere), quando va comunicata rispetto alla tempistica degli interventi, cosa va detto al momento dell'informazio-ne e soprattutto come va data e con quale livello di insistenza per essere certi della sua completa comprensione.
    La ricetta per rispondere a queste esigenze l'hanno fornita i giudici della Cassazione durante un seminario sulla responsabilità medica organizzato dal Consiglio superiore della Magistratura. I magistrati hanno anche illustrato dodici sentenze ritenute di riferimento nei vari, casi e per le varie situazioni in cui ci si può trovare per dare il consenso informato, ricordando che sempre, in caso di contenzioso, l'onere della prova di aver agito correttamente spetta al medico. Per questo mettono anche in guardia da "moduli" di consenso troppo dettagliati o troppo scarni ("bulimici" o "anoressici"), illustrando i passaggi essenziali necessari giuridicamente a una corretta informazione.
    Il consenso informato è uno dei problemi più delicati in Sanità, che "terrorizza" molti medici: troppo, troppo poco, in ogni caso in agguato c'è sempre l'errore. E allora qual è la misura giusta? Cosa devono fare i medici per essere in regola? A queste domande hanno tentato di dare una risposta i giudici di Cassazione in un evento organizzato dal Consiglio superiore della Magistratura sul tema «Consenso informato e responsabilità medica». Uno spunto, quindi, per trarne una guida di orientamento utile agli operatori anche al fine di chiarire la portata di quest'obbligo. Come ha ricordato Mario Morelli (presidente di sezione della Corte di cassazione) per il paziente il diritto all'informazione è inviolabile e, quindi, basta la violazione in sé per ritenere configurabile il danno (non sanzionatorio, ma riparatorio).
    Quanto ai criteri di accertamento del rifiuto che l'interessato avrebbe prestato, non si tratta di verificare un non consenso virtuale, ma di ricostruire la volontà di dissenso, sulla base di parametri presuntivi legati alla rilevanza statistica (di regola, l'intervento suggerito viene accettato) e alla situazione soggettiva del paziente. In ogni caso, l'onere della prova di avere correttamente informato grava sul medico. Onere non facile da assolvere.
    La genesi. Con la sentenza 10014/1994 - ha ricordato Maria Grazia Luccioli, presidente della prima sezione civile della Cassazione - è stato affermato il principio 'del consenso informato quale fondamento dell'attività medica, il quale comporta che il trattamento sanitario va individuato all'interno dell’alleanza terapeutica" tra il paziente e il medico nella ricerca, insieme, della cura migliore. Ma il principio del consenso informato è molto più datato secondo Giacomo Travaglino, consigliere di Cassazione, in quanto il principio vide la luce per la prima volta in giurisprudenza in una sentenza del 1914, scritta dal Giudice della Corte suprema Cardoso, in cui si affermò che «ogni essere umano adulto e sano di mente ha diritto di decidere ciò che sarà fatto sul suo corpo, e che un chirurgo che effettua un intervento senza il consenso del suo paziente commette un'aggressione per la quale è perseguibile per danni». Fondamentale, in materia, è la sentenza della Corte costituzionale 438/2008 nella parte in cui ha affermato che il consenso informato trova il suo fondamento negli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione ponendo in risalto «la sua funzione di sintesi di due diritti fondamentali della persona: quello all'autodeterminazione e quello alla salute, in quanto. se è vero che ceni individuo ha il diritto di essere curato, egli ha, altresì, il diritto di ricevere le opportune informazioni in ordine alla natura e ai possibili sviluppi del percorso terapeutico cui può essere sottoposto, nonché delle eventuali terapie alternative; informazioni che devono essere le più esaurienti possibili, proprio al fine di garantire la libera e consapevole scelta da parte del paziente e, quindi, la sua stessa libertà personale, conformemente articolo 32, secondo comma, Costituzione».

    Cinque le questioni fondamentali, secondo quanto illustrato da Marco Rossetti, Magistrato dell'ufficio del massimario della Cassazione.
    Chi deve dare l'informazione. La giurisprudenza di merito fa riferimento al personale sanitario, mentre non si è pronunciata sull'idoneità dell'informativa fornita dal personale paramedico.
    A chi va data l'informazione. Se l'interessato è persona capace, l'informazione deve essere data a lui, mentre non è idonea l'informazione data a un congiunto, anche se c'è il rischio di uno shock psicologico; in tal caso il medico può, anzi deve, fornire il necessario supporto psicologico. Se il paziente è incapace legale, l'informazione va data al tutore, se trattasi di interdetto, ovvero agli esercenti la potestà genitoriale, se trattasi di minori. Qualche dubbio può sorgere in relazione ai c.d. "grandi minori" alla cui volontà la legge talvolta attribuisce rilevanza (articoli 2, comma 3, e 12 della legge 194/1978 sull'interruzione della gravidanza). Al riguardo si è affermato che anche il minore può prestare consenso «quando abbia acquisito una sufficiente maturità di giudizio» (App. Milano 25 giugno 1966; Trib. min. Bologna 13 maggio 1972; Trib. min. Bologna 26 ottobre 1973), ma non mancano decisioni che, ritenendo il diritto alla salute non delega-bile, in quanto diritto fondamentale, fanno rigida applicazione dell'articolo 320 del codice civile che fornisce al minore il diritto alla rappresentanza del minore. Nel caso di incapace naturale (per effetto di incidente, malattia, azione di stupefacenti) occorre fare tre ipotesi:
    se non c'è urgenza, la giurisprudenza è concorde nel ritenere necessario attendere che l'incapace torni in condizioni di esprimere personalmente il consenso;
    se c'è un'urgenza differita, cioè non c'è un imminente pericolo di vita, ma occorre intervenire sollecitamente, si ritiene che il consenso possa essere espresso dai prossimi congiunti. In caso di contrastò tra gli stessi, non si ritiene esigibile dal medico la ricerca di chi sia il congiunto che meglio esprime la volontà del paziente;
    se, infine, si è in presenza di uno stato di necessità, la giurisprudenza di merito è concorde nel ritenere che il consenso si presume, salvo che risultino elementi in senso contrario, anche se lo stato di necessità sia putativo o presunto (in tal caso vale il principio dell'apparenza, quando con l'uso dell'ordinaria diligenza non era possibile avvedersi della mancanza di urgenza, come affermato dall'App. Trento, 19 dicembre 2003). Il consenso può essere espresso dall'amministrazione di sostegno, come affermato dal Tribunale di Modena, con ordinanza 28 giugno 2004 (secondo cui «l'amministratore di sostegno può essere autorizzato dal giudice tutelare a esprimere, in nome e per conto dell'assistito, il consenso informato all'esecuzione di un intervento chirurgico quando tale intervento sia necessario per evitare il rischio di danni irreversibili e l'interessato, a causa delle sue menomate condizioni psichiche, non sia in grado di percepire la gravità della situazione»). Va segnalato che il secondo il Tribunale di Varese - ord 25 agosto 2010 - se l'amministratore di sostegno può essere incaricato di esprimere le volontà di fine vita, ciò che può essere perfezionato «ora per allora» non è il procedimento di amministrazione (articolo 405 del codice civile), che resta subordinato all'effettivo stato di incapacità ma la designazione dell'amministratore (articolo 408 del codice civile).
    Quando va data l'informazione. La giurisprudenza ritiene che l'informazione vada fornita sempre, quale che sia l'intervento (diagnostico o terapeutico), nonché nel caso di prelievi e analisi e di prescrizioni di farmaci. Al riguardo si segnala la decisione del Tribunale di Pistoia-Monsummano Terme, 2 gennaio 2006, secondo cui «è responsabile del reato di lesioni gravi volontarie di cui agli articoli 582 e 583 del codice penale il medico che, conscio del fatto che la somministrazione para-sperimentale di un farmaco in uso off-label, oltre al probabile e sperato beneficio desiderato, possa produrre una non necessaria menomazione dell'integrità fisica o psichica del paziente, accetta il rischio dell'insorgenza di tali gravi effetti collaterali ed effettua la prescrizione in assenza di consenso esplicito da parte del paziente». Cosa va detto in sede di informazione. Circa il contenuto dell'informazione è generalmente condivisa l'ampia portata dei relativi obblighi, estesi ai rischi dell'intervento, alle probabilità di riuscita, alle alternative terapeutiche e ospedaliere. Nel caso di intervento con finalità prettamente estetiche, il Tribunale di Bari, con sentenza 19 ottobre 2010, ha parlato di un obbligo rafforzato circa le possibili conseguenze negative dell'intervento.
    Come va data l'informazione. L'informazione deve essere adeguata alle condizioni soggettive del paziente. Va segnalata la sentenza della Corte di Appello di Venezia, 16 settembre 2004, secondo cui «il medico è tenuto (non è solo un imperativo morale, è proprio un obbligo giuridico) a insistere - magari con il dovuto garbo, ma a insistere - in tali consigli volti al bene del paziente, con tanto maggior impegno quanto maggiore è il rischio che il paziente (eventualmente riottoso) corre ove non accetti la proposta terapeutica».
    I moduli. I giudici segnalano nella prassi diverse modulazioni per quanto riguarda il contenuto dei moduli per il consenso informato da quelli "bulimici" (da cui risulta che il paziente ha ricevuto informazioni talmente analitiche e specialistiche da svuotare sostanzialmente di contenuto l'informazione ricevuta) a quelli "anoressici" cioè talmente incompleti da risultare assolutamente inutili.

    Fonte: Sole 24 Ore - Sanità del 31.05.2011


  • 23/05/2011

    I medici: errori comunicati solo se ci sono conseguenze

    L'evento avverso, o errore medico, va comunicato quando vi sono delle conseguenze. Ne è convinto il 57,8% dei medici, mentre il 31,8% ritiene che se viene fatto un errore va comunicato sempre. Lo evidenzia un'indagine su 704 medici chirurghi resa nota durante il XXX congresso nazionale in corso a Colli del Tronto (Ap) dell'Associazione chirurghi ospedalieri italiani (Acoi). L'indagine condotta con Ceref, il centro ricerca e formazione, evidenzia che informare il paziente dell'evento avverso è difficile, e il 51,4% dei chirurghi che hanno risposto all'indagine ammette questa difficoltà. Sul quando comunicarlo, invece, quasi tutti (83,2%) ritengono di doverlo fare non appena il paziente è in grado di apprendere la notizia. Su chi debba comunicare l'errore, le percentuali vedono in testa chi lo fa. Il 41,1%, infatti, individua nel responsabile colui il quale dovrà dare la notizia. Ma non manca chi delega questa responsabilità al direttore dell'unità operativa (37,5%). Solo il 17% ritiene che debba essere compito del medico che ha in cura il paziente. Il 35,7% dei chirurghi, poi, preferisce la presenza anche di un altro membro dell'équipe quando sarà il momento di informare sull'errore. Un dato interessante è quello che racconta di un 51% di chirurghi che, in caso di evento avverso, trova giusto porgere le scuse al paziente. E il 64% pensa che se si esprime rincrescimento, il paziente può considerare di non chiedere il risarcimento dei danni. Certo, chi commette un errore non riesce a dimenticarlo: è così per una percentuale di chirurghi che rasenta 80%. Durante la sessione «Comunicare oggi per la formazione continua del chirurgo», i partecipanti si sono studiati e interrogati su quale deve essere il loro modo di comunicare. Qual è il modo giusto per esprimersi? Cosa si sbaglia? «Non abbiamo individuato ancora delle soluzioni in merito», spiega Stefano Bartoli, tesoriere Acoi, «ma abbiamo aperto dei capitoli di riflessione ed evidenziato gli errori più comuni. Nei corsi di medicina all'università», aggiunge, «sarebbero auspicabili corsi di formazione o informazione sulla comunicazione».

    Fonte: Italia Oggi del 23.05.2011


  • 21/05/2011

    L’ospedale a prova di errore? Una questione di software

    Compilare la cartella clinica del paziente, condividere gli esadiagnostici, prenotare visite specialistiche e gestire le liste d'attesa nonché la somministrazione dei farmaci in pochi clic. Grazie ai' software sviluppati per le esigenze del settore sanitario, è possibile gestire numerosi processi ospedalieri e ambulatoriali in modo più efficiente, liberando tempo e risorse per migliorare la qualità dei servizi al paziente. «Una delle sfide che un'azienda ospedaliera deve affrontare riguardala progressiva dematerializzazione di documenti con l'obiettivo di sostituire il supporto cartaceo con quello elettronico in tutti gli ambiti, dai referti alle lettere di dimissione, dalle anamnesi alle prescrizioni fino alle cartelle cliniche», ha spiegato Edgarda Fenga, responsabile del business development per l'ara sanità, pubblica amministrazione locale ed education di Ibm Italia, «in questo modo si garantisce una riduzione dei costi connessi alla carta e soprattutto degli errori, favorendo un aggiornamento tempestivo e la condivisione delle informazioni inerenti al paziente fra gli operatori. Questo processo, scalabile e quindi realizzabile in maniera graduale, può interessare anche le operazioni amministrative di un ospedale come la gestione degli ordini e del magazzino o i cedolini del personale al fine di incrementare la trasparenza amministrativa e la tracciabllità delle operazioni». La soluzione di Ibm per la gestione dei documenti, FileNet, è in grado di gestire il trattamento informatico della cartella clinica, il cosiddetto fascicolo sanitario elettronico che accompagna il paziente dall'accettazione ospedaliera fino alle dimissioni Tramite la piattaforma Lotus Ibm è inoltre possibile definire sessioni di web collaboration in modo che due medici operativi in due luoghi diversi, come il professionista che ha eseguito un esame e lo specialista, possano scambiarsi informazioni, immagini e documenti, anche in chat, accelerando l'iter diagnostico. Ibm Maximo è invece la soluzione di asset management per monitora- re costantemente gli asset principali di un ospedale, dalle apparecchiature diagnostiche e biome-dicali agli strumenti di information technology fino alle attrezzature di base come i letti o le sedie a rotelle Identificando ogni asset attraverso metodologie informatiche, quali i codici a barre, la soluzione consente di tenere traccia della localizzazione delle diverse apparecchiature. Inoltre, in base al proprio molo il personale può accedere a un portale personalizzato e verificare la disponibilità di un determinato apparecchio o strumento. «Si tratta di un vantaggio molto importante in un'organizza7lone strutturata e complessa come un ospedale, dove si calcola che vadano smarriti mediamente il 10-20% degli apparati bio- medicali ogni anno», ha concluso Fenga Nell'ambito dell'informatizzazione sanitaria è stato messo a punto dalla società Onit Group per conto della Regione Veneto un progetto pilota innovativo per la definizione di un software applicativo che gestisce le vaccinazioni obbligatorie e facoltative, consentendo l'accesso e la registrazione da remoto dei singoli eventi anche ai medici di medicina generale, ai pediatri di libera scelta e al personale di pronto soccorso. Si tratta di un software basato su di un'interfaccia web, a cui tutte le Asl della regione accedono tramite un portale. «Benché la titolarità delle informazioni dell'anagrafe vaccinale di ogni assistito sia riservata all'Asl di competenza, è stato creato un unico archivio a livello regionale che permette di valutare la condizione vaccinale del proprio territorio e verificare se in ciascuna area è stato garantito un adeguato livello di copertura per ogni malattia», ha spiegato Claudio Magnani, responsabile commerciale Onit Group, «alcune Asl come Pieve di Soligo e Bassano del Grappa hanno introdotto gli sms al posto dell'invio di lettere cartacee alla popolazione come promemoria per le vaccinazioni successive alla prima Un sistema che, oltre al risparmio economico, ha ridotto l'assenteismo dei prenotati del 30% circa, migliorato la copertura e la qualità percepita del servizio». Questa applicazione è uno dei moduli integrabili del sistema Erp On.Health, sviluppato da Onit Group per gestire l'intero processo ospedaliero e territoriale (come ambulatori e medici di base). L'azienda ospedaliera di Cesena ha adottato l'infrastruttura software completa per gestire tutta la filiera, dalla prenotazione di esami e visite all'accettazione fino allerogaztone della prestazione. Il medico può inserire nel sistema anche la refertazione finale allegando all'anamnesi esami di laboratorio, radiografie o altri esami diagnostici in formato digitale, tutti integrati quindi in una soluzione unica senza problemi di ompatibilità tra file. L'applicazione comprende anche la cassa e la fatturazione, sia per i servizi del Sistema sanitario nazionale sia per quelli erogati in regime di libera professione intra o extramoenia »Questo consente di distinguere, nella ripàrtizione dei pagamenti, quanto spetta all'ospedale, quanto al medico e quanto alla struttura poliambulatoriale dove è avvenuta b prestazione, aumentando l'efficienza della rendicontazione», ha proseguito Magnani L'investimento iniziale per i moduli, dal Cup alla refertazione, si aggira intorno ai 200-300 mila euro e la riduzione di sprechi e inefficienze è stimata intorno al 30-40%. L'accesso a questi applicativi web-based avviene tramite browser e collegamento alla intranet aziendale, mentre la modalità pay per use consente l’utilizzo delle licenze software per un tempo determinato dietro pagamento di un canone, comprensivo della manutenzione del software accessibile da remoto. L'applicazione web SimplyMobile sviluppata da Var Group ha infine con. sentito a Croce Italia Marche di migliorare la logistica degli oltre 600 trasporti interni di pazienti effettuati giornalmente presso l'azienda ospedaliera-universitaria di Panna Grazie a un'interfaccia web visualizzata sul pc di reparto, i medici o gli infermieri ordinano i servizi di trasporto indicando i dati del paziente e l'attrezzatura di supporto necessaria La richiesta perviene alla centrale operativa di Croce Italia Marche e un addetto associa la richiesta al personale e ai mezzi disponibili D personale in campo, dotato di palmare, riceve i dettagli dei servizi richiesti e segnala in tempo reale alla centrale l'inizio e la fine del servizio, in modo che anche i medici possano tracciare sulla piattaforma software lo stato di avanzamento del servizio prenotato. Questa riorganizzazione del trasporto interno ha ridotto in pochi mesi del 70% i tempi di attesa del servizio, eliminando i colli di bottiglia che ritardavano in alcuni casi l'attività medica dei reparti Inoltre, l'azienda ospedaliera ottiene da Croce Italia Marche report informatici dettagliati per valutare il rispetto dei livelli di servizio definiti in sede di appalto e per effettuare analisi contabili più precise.

    Fonte: Milano Finanza del 21.05.2011


  • 09/05/2011

    I social network nuovi mediatori nel rapporto tra medico e paziente

    C'era una volta il medico di fiducia E non parliamo del medico «romantico» alla Archibald Cronin che si prende a cuore la salute dei minatori del Galles (nel romanzo La cittadella) e nemmeno del dottore, uscito dal pennello del pittore e disegnatore americano Norman Rockwell, che visita anche la bambola di una sua piccola paziente (il quadro si chiama Doctor and Doll). Parliamo dei medici d'oggi, finora unici depositari dell'informazione sanitaria e indiscussi intermediari di quest'ultima con il paziente. Tipologie di dottori che (forse) si stanno avviando sul viale del tramonto, rimpiazzati da Internet e dagli strumenti del web 2.0, social network (come Facebook o Twitter) in testa. Oggi i pazienti che discutono online delle loro malattie, attraverso blog e forum, e danno persino i voti a ospedali e medici, sono in costante aumento (come dimostra il dossier del Corriere Salute di ieri). E qualcuno comincia a parlare di «disintermediazione» della medicina. Chi fornisce informazioni su salute e malattie non è più soltanto il medico (il mediatore tradizionale), ma è Internet e sono i social network che assumono così il ruolo di «apomediatori»: guidano il paziente, ma se ne stanno da parte e non forniscono il «servizio», come fa, invece, il medico.
    Questa nuova situazione pone una serie di problemi. Eccone almeno quattro. Primo: il cambiamento del rapporto medico-paziente. Il medico, oggi, deve affrontare un paziente molto più informato e deve imparare a gestire questa nuova realtà. Un piccolo esempio: è opportuno o no che conceda l'«amicizia» su Facebook a un assistito? Secondo: la scelta (e il modo) di dire la verità al malato, soprattutto di fronte a condizioni gravi, deve fare i conti con quello che Internet può sbattere in faccia, senza mezzi termini. Terzo: i giudizi su medici e ospedali che cominciano a circolare sul web (un po' come succede per gli hotel con TripAdvisor) sono attendibili? Ultimo: la manipolazione dell'informazione è dietro l'angolo, il marketing informatico è una realtà e gli interessi in gioco so- no enormi. Come difendersi? Domande che dovranno trovare risposte in un dibattito tutto da costruire.

    Fonte: Corriere della Sera del 9.05.2011


  • 08/05/2011

    Infezioni ospedaliere: igiene ancora troppo scarsa

    In Europa, ogni anno, più di 4 milioni di pazienti sono colpiti da circa 4,5 milioni di episodi di infezioni ospedaliere legate alla cura, che provocano i 6 milioni di giorni di ulteriore permanenza in ospedale, 37 mila decessi e costano 7 miliardi l'anno. Ma per evitare queste infezioni in molti casi basterebbe lavarsi correttamente le mani. Lo ricorda l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) nella giornata sul tema dell'igiene delle mani «The save lives: clean your hands». La soluzione? Frizionare con il sapone per 4 milioni È il numero di pazienti che contraggono infezioni in ospedale ogni anno in Europa. Secondo l'Oms, la percentuale dei pazienti che sviluppa un'infezione sale al 51% nelle unità intensive / 20-30 secondi e lavare, sfregare e asciugare per un totale di almeno 40-60 secondi: tanto basta per lavarsi correttamente le mani ed evitare le pericolose infezioni «ospedaliere» legate all'assistenza sanitaria. E in Italia? I dati più attendibili arrivano da un'indagine in 50 ospedali condotta dal microbiologo Antonio Cassone per l'Istituto superiore di sanità. Ogni anno circa 400 mila persone vengono colpite da infezioni ospedaliere: polmoniti, setticemie e infezioni da catetere le più comuni. Il 2 per cento dei pazienti che contraggono un'infezione in corsia muore.

    Fonte: Corriere della Sera del 8.05.2011


  • 05/05/2011

    Trasfusioni infette, cause in dieci anni

    Per le trasfusioni infette c'è più tempo - dieci anni invece di tre per richiedere gli indennizzi. E questa la principale novità contenuta in uno schema di decreto legge proposto dal ministro della Salute Ferruccio Fazio e oggi in Consiglio dei ministri per l'approvazione del Governo (per il testo: www.24oresanita.com). Attualmente la richiesta di emoindennizzi per danni da trasfusione viaggia a due velocità: per chi ha contratto l'infezione da Hiv ci sono dieci annidi tempo per chiedere il risarcimento, mentre per tutti gli altri, danneggiati da trasfusioni, emoderivati o vaccini, ci si ferma a tre. Il decreto legge punta a rimuovere questa disparità che ha provocato negli anni un forte contenzioso per l'impossibilità di chi ha diritto al rimborso di accedere al beneficio, una volta scaduto il termine triennale. I costi sono stati calcolati, secondo la relazione di accompagnamento al decreto legge, inbase al numero medio di ricorsi respinti dal ministero della Salute negli ultimi 5 anni: in media circa 700 l'anno, di cui il 4o% per problemi di tempestività nella presentazione della domanda. Dall'entrata in vigore del decreto legge i soggetti interessati sarebbero circa 2.800, che hanno diritto a un indennizzo annuo medio di 7.132 euro. La seconda modifica introdotta, riguarda un indennizzo straordinario rateizzato peri soggetti affetti da talassemie o altre emoglobinopatie, anemie ereditarie, emofilici ed emotrasfusi occasionali danneggiati da trasfusioni o emoderivati infetti e i danneggiati da vaccinazioni obbligatorie che abbiano presentato la richiesta secondo la procedura per le transazioni prevista dalla Finanziaria 2008. In sostanza, l'erogazione dell'indennizzo è subordinata alla rinuncia a ogni pretesa di risarcimento dallo Stato e dalle aziende sanitarie con la conseguenza dell'estinzione di tutti i giudizi in corso. Per quanto riguarda la copertura di questa seconda disposizione, sempre secondo la relazione, l'onere complessivo ammonterebbe a poco più di 3,5 miliardi da assicurare in non meno di 17 rate. Ma tutte le spese, assicura infine la relazione, sono già coperte dagli stanziamenti previsti dalle leggi vigenti, «senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica».

    Fonte: Il Sole 24 Ore del 5.05.2011
  • 04/05/2011

    Interviene Fazio. Pronto soccorso troppo affollati “Presto riforma”

    Separare «fisicamente» i codici bianchi e verdi che arrivano nei Pronto soccorso, ovvero quelli meno gravi, dai codici gialli e rossi, quelli più gravi, «dirottando» i primi verso un'assistenza sul territorio. Il tutto con l'obiettivo di tagliare i tempi di attesa nei Pronto soccorso, sempre più «intasati e affollati». È questa la strada delineata dal ministro della Salute Ferruccio Fazio per una riforma del sistema del-l'emergenza-urgen-za, alla vigilia dell'incontro di oggi con i sindacati dei medici ospedalieri. Sono circa 14 milioni le chiamate che attualmente arrivano alla centrale operativa del 118, che ha il compito di organizzare e gestire, nell'ambito territoriale di riferimento, le attività di emergenza sanitaria. Di queste, 8,5 milioni sono chiamate specifiche di soccorso, anche se poi un mezzo viene inviato solo nel 47% dei casi e solo nel 32% si arriva fino al pronto soccorso vero e proprio. Ma se si contano il totale degli accessi al pronto soccorso, le ultime stime parlano di 30 milioni di richieste e un aumento esponenziale del 50% in 10 anni.

    Fonte: Libero del 4.05.2011
  • 16/03/2011

    Addio a dieci ospedali e 4mila posti letto

    La razionalizzazione avviata nel 2007 pesa su Veneto, Liguria, Basilicata e Sicilia In aumento le strutture per l'assistenza residenziale Paolo Del Bufalo Dieci ospedali e oltre 4mila posti letto in meno in un solo anno (dal 2007 al 2008). Ma anche 638 strutture in più per l'assistenza residenziale e semiresidenziale (centri di salute mentale, consultori, stabilimenti idrotermali ecc.). E meno personale: i medici dipendenti sono oltre mille in meno, quelli convenzionati (medici di famiglia, pediatri e guardie mediche) si riducono di 528 unità e ci sono 3.390 infermieri e 6.374 unità di altro personale (tecnico e amministrativo) in meno. A scattare l'ultima fotografia delle strutture e della forza lavoro della sanità italiana è l'Atlante di Asl e ospedali 2008, pubblicato ieri dal ministero della Salute (per il testo si veda anche www.sanitailsole24ore.com). La razionalizzazione del Servizio sanitario nazionale avviata in modo massiccio nel 2007, primo anno dei piani di rientro per le regioni con i conti in rosso e della previsione di commissariamenti in caso di buchi di bilancio eccessivi, punta al territorio e gli effetti si vedono soprattutto sulle strutture e sugli organici del servizio pubblico. Resta sostanzialmente stabile infatti il numero di strutture di ricovero private accreditate con il Ssn (una sola clinica in meno) e anche il numero di posti letto accreditati che si riducono di mille unità, un quarto di quelli pubblici. In realtà la riduzione degli ospedali pubblici nel 2008 riguarda solo quattro regioni: Veneto (-1), Liguria (-6), Basilicata (-i) e Sicilia (-2). Ma negli ultimi cinque anni le strutture sono passate dalle 672 del 2004 alle 645 attuali (-27) e i segni meno si sono avuti in u regioni, dai -14 ospedali della Campania al -1 dell'Emilia Romagna. La contrazione maggiore si ha tuttavia per ambulatori e laboratori Quelli pubblici- nel 2008 erano 3.877, di cui 2.725 extraospedalieri - si sono ridotti del -5,3%, mentre nel privato (5.849 strutture accreditate) la riduzione è stata del -0,7%. Una razionalizzazione nel segno dell'accorpamento dei servizi perché chi eroga più prestazioni garantisce maggiore qualità. Ma la razionalizzazione sembra non colpire ancora i "piccoli ospedali", quelli con meno di 120 posti letto, che secondo il patto per la salute 2010-2012 dovrebbero essere riconvertiti (se non chiusi) quanto più possibile. Nel 2008 ce n'erano 204, solo quattro in meno dell'anno precedente e oltre la metà (105) hanno al massimo quattro discipline di assistenza. Infine il personale. I blocchi delle assunzioni giustificano in parte il calo dei dipendenti, ma a ridursi sono anche gli organici dei medici di famiglia (-451) che però aumentano la media del numero di assistiti per medico e, a macchia di leopardo, quelli di guardia medica: dai -8 della Toscana ai 50 unità del Piemonte.

    Fonte: Il Sole 24 Ore del 16.03.2011
  • 04/03/2011

    La sanità low cost non attenua la colpa del medico

    In ambito sanitario nessuno spazio per «logiche mercantili». Che vanno a danno dell'ammalato e si manifestano sotto forma di fumose «linee guida» ospedaliere che servono poi da salvacondotto a copertura delle responsabilità del medico. Non usa mezzi termini la Corte di cassazione con la sentenza n. 8254 del 2 marzo e fa suonare, senza sconti, il richiamo al rispetto del diritto alla salute. La Corte ha così annullato l'assoluzione di un medico dall'accusa di omicidio colposo di un paziente dimesso, seguendo i criteri delle linee guida adottate dall'ospedale, dopo nove giorni da un intervento cardiaco. E stato così accolto il ricorso della procura di Milano contro l'assoluzione di un medico dell'ospedale civile di Busto Arsizio nel quale un uomo era stato ricoverato per infarto al miocardio. Sottoposto ad angioplastica veniva dimesso dopo nove giorni, perché risultava «asintomatico e stabilizzato».Ma quella stessa notte, l'uomo aveva un nuovo scompenso e nonostante la moglie e il figlio lo avessero trasportato subito in ospedale, vi era arrivato già in arresto cardiocircolatorio. In primo grado il medico che aveva firmato le dimissioni, venne condannato a otto mesi di reclusione e a risarcire i danni morali ai familiari In appello invece, fu assolto «perché il fatto non costituisce reato» visto che aveva seguito le linee guida in tema di dimissioni. Linee guida che costituiscono protocolli medici che prevedono la dimissione del paziente quando si è raggiunta la stabilizzazione del quadro clinico.
    Nella sentenza la Cassazione richiama i principi che regolano l'esercizio della professione medica nel rispetto del dritto fondamentale dell'ammalato a essere curato e dell'autonomia del medico che di quel diritto deve essere assoluto garante. Le linee guida non possono diventare allora un facile alibi Tanto più che «nulla peraltro si conosce di tali "linee guida", nè dell'autorità dalle quali provengono, nè del loro livello di scientificità, nè delle finalità che con esse si intende perseguire, nè è dato di conoscere se le stesse rappresentino un'ulteriore garanzia per il paziente, ovvero, come sembra di capire dalla lettura delle sentenze in atti, altro non siano che uno strumento per garantire l'economicità della gestione della struttura ospedaliera». Perché poi proprio questo rischia di diventare il vero punto critico: quello di un sistema sanitario che deve assicurare il rispetto del diritto alla salute, di evidente rilevanza costituzionale, senza che sia possibile fare prevalere la logica economica magari attraverso direttive discutibili. In ogni caso, poi, per il medico resta più che un margine, un vero e proprio dovere, di opporsi alla compressione dei diritti del malato per ragioni economiche. Altrimenti diventa un ragioniere. Sul rispetto di logiche di tipo mercantile, infatti, avverte la Cassazione, deve prevalere «un comportamento virtuoso del medico che, secondo scienza e coscienza, assuma le decisioni più opportune a tutela della salute del paziente».
    Il criterio Cassazione penale, sentenza n. 8254, del 2 marzo D'altra parte, lo stesso sistema sanitario; netta sua complessiva organizzazione, chiamato a garantire) rispetto dei richiamati principi, di guisa che a nessuno è consentito'ai anteporre la logica economica alla logica della tutela della salute, nè di diramare direttive che, nel rispetto della prima, pongano in secondo piano le esigenze dell'ammalato. Mentre il medico, che risponde anche a un preti so codice deontologico (...)'non è tenuto rispetto di quelle difettive, , laddove esse siano in contrasto con le esigenze di cura del paziente, e non può andare sente da colpa ove se ne lasci condizionare, rinunciando al proprio compito e degradando la propria responsabilità e la propria missione a livello ragionieristico

    Fonte
    : Il Sole 24 Ore del 4.03.2011


  • 27/02/2011

    Fare domande al medico: un diritto

    Fare domande al medico: un diritto «probabilmente noi malati vi facciamo spesso delle domande inopportune. Ma in definitiva, si tratta di una malattia pericolosa oppure no?...». E la domanda che, titubante e imbarazzato, il giudice Ivan Ilic osa fare all'illustre medico dal quale si è recato per un consulto. Nel racconto di Lev Tolstoj “La morte di Ivan Ilic” il medico si comporta come erano soliti fare i medici del passato. Al paziente angosciato risponde semplicemente: «Vi ho già detto tutto quello che ritenevo utile e opportuno dirvi. Il resto verrà dimostrato dalle analisi». A Ivan Ilic non resta che uscire lentamente dallo studio e ritornare nell'atmosfera ovattata della sua casa, dove tutti mentono sul suo male: esperto una menzogna finalizzata di bioetica "al suo bene", naturalmente! "Le regole del gioco" che strutturavano i rapporti tra medici e pazienti, fino a non molto tempo fa, non prevedevano che il malato facesse domande al medico. Di un illustre primario - peraltro un medico capace e dedito al bene dei pazienti - era noto che non tollerava minimamente domande da parte di coloro che assisteva; quando qualcuno osava domandare della propria malattia o delle prospettive della prognosi, lo interrompeva subito proclamando: «Lei è in ospedale per guarire, non per far domande». La "buona medicina" prevedeva un malato docile, che non interferisse con il trattamento che il medico prevedeva per lui. Ebbene, è una buona notizia da registrare che questa regola del gioco sia cambiata. Conoscere diagnosi, prognosi e alternative terapeutiche è un diritto del malato. Ancor più: le domande sono non soltanto tollerate, ma vengono addirittura sollecitate. Con le sue domande il malato non si limita a esercitare un suo diritto civile, bensì collabora con la cura. Cambia totalmente la prospettiva se la persona non è più oggetto di cura - anche delle cure più competenti e amorevoli - ma è partner del medico nel processo terapeutico. Oggi il malato può valutare la qualità del medico non solo in rapporto alle sue conoscenze scientifiche ma anche se favorisce il dialogo e le domande.

    Fonte: Famiglia Cristiana del 27.02.2011


  • 26/02/2011

    Codici: un Osservatorio per i casi di malasanità

    Oltre sei mesi per un'ecografia all'addome al policlinico Casilino, un anno per dei test allergologici al policlinico Tor Vergata le liste d'attesa nella capitale sono finite sotto il mirino del Codici, l'associazione che difende i diritti dei cittadini e che ha appena istituito un osservatorio dedicato alle segnalazioni di casi di malasanità, in media 480 all'anno. Stando ai dati del Codici, riferiti allo scorso gennaio, al Casilino si attende 4 mesi anche per fare una risonanza magnetica della colonna, mentre al presidio Santa Maria, nella Asl RmA, passano 6 mesi prima di sottoporsi ad un elettrocardiogramma dinamico. Non va meglio al policlinico Umberto I, dove per fare un'ecocolordopplergrafia a braccia o gambe (un esame per lo studio delle malattie dei vasi sanguigni) devono passare 166 giorni. Per il segretario del Codici, Ivano Giacomelli, è necessario puntare sull'appropriatezza delle prestazioni, anche se l'apertura degli ambulatori nel weekend, dal 15 gennaio, è stato «un segnale positivo» da parte della Regione. Ma nel Lazio sarebbero le infezioni ospedaliere e le piaghe da decubito i fattori sentinella dell'inefficienza in corsia, e, per tutelare i diritti del malato, il Codici ha preparato una proposta di legge regionale basata su norme da considerare «principi generali» a cui tutti gli atti amministrativi «devono adeguarsi».

    Fonte: Libero ed. Roma del 26.02.2011


  • 14/02/2011

    La Commissione Errori Sanitari: “Una relazione al Parlamento”

    Sarà inoltrata formalmente oggi la richiesta di relazione all'assessore regionale alla Salute, Claudio Montaldo, da parte della Commissione parlamentare sugli errori sanitari in merito al caso di Francesca Gualandi. Lo ha confermato ieri al Secolo XIX Leoluca Orlando (Idv), che della commissione stessa è presidente. «Lungi da noi - spiega - qualsiasi intento di criminalizzazione dei medici che si sono occupati della vittima. L'obiettivo è seminai duplice: da una parte individuare eventuali singole responsabilità, sebbene il compito principale in questo senso sia quello dei magistrati. Però occorre pure capire perché è avvenuto un presunto caso di malasanità, sempre che di questo si trattai. Il nostro obiettivo è quello di appurare eventuali falle nel sistema». Orlando ha saputo della tragedia genovese delle agenzie di stampa, che hanno rilanciato la notizia dopo che è stata pubblicata da alcuni quotidiani. E insiste: «Quel che sorprende di più è ovviamente l'età della vittima, sebbene ci siano da verificare molti aspetti legati al suo pregresso quadro clinico. Ma non v'è dubbio che quello dell'approfondimento sia un obbligo cui non devono assolvere soltanto le procure, altrimenti si ricomincia sempre daccapo. E ricordiamoci che non è mai stata rispettata una legge del 2008 in base alla quale andava creato un sistema di monitoraggio capillare; mentre la commissione che io presiedo ha mezzi limitati e svolge di fatto una funzione "supplente"».

    Fonte: Secolo XIX del 14.02.2011


  • 06/02/2011

    La vera emergenza? Sovraffollamento e liti

    Maria, poco più di sessant'anni, è stata tre giorni e tre notti ricoverata su una sedia del pronto soccorso al Civico di Palermo. Aspettava un posto letto. Le facevano le analisi, la visitavano e poi si andava a risedere. Reparti di medicina in tilt, niente posto per lei. In Campania sono stati avvistati malati adagiati su scrivanie. Senza materasso ma con un cuscino. Ogni giorno, a Roma, circa cinquecento pazienti rimangono sulle lettighe in attesa di un vero ricovero. La media, secondo i medici dell'emergenza, è di 19 ore. Può anche succedere che finiscano le barelle e i pazienti restano per ore su quelle delle ambulanze del 118. Situazione, oltretutto, che non permette al mezzo di ripartire. Un mondo sanitario a pane è quello dei pronto soccorso. Se ci si accosta a quelle trincee ci si rende conto che li, proprio lì, si concentra una serie di situazioni critiche: dal taglio dei posti letto che, dove non è stata fatta una vera riorganizzazione, ha finito per generare il sovraffollamento e le attese per i malati, alla mancanza di personale, fino alle richieste inutili dei cittadini. Una sommatoria di eventi che, negli ultimi anni, ha portato il pronto soccorso a diventare il servizio dove si litiga di più, dove si rischiano più denunce e dovei pazienti devono sostenere anche lunghe attese. Cinzia Barletta, presidente della Federazione italiana medicina emergenza catastrofi, "racconta"il Lazio attraverso numeri allarmanti: l'attesa per il ricovero può superare le 24 ore nel 30% dei casi, nel 20%, addirittura raggiungere le 54 ore e, per 15 su cento, si sfiorano le 72. E' un mondo affollato quello del pronto soccorso. Oltre quaranta milioni di cittadini ogni anno chiedono aiuto. E sono sempre di più, un tasso di crescita annuale che oscilla tra i15 e il 6%. Come dire che le file, che dobbiamo aspettarci attese sempre più sfinenti.
    La realtà, spiega Massimo Magnanti che guidala Spes, Società professionisti emergenza sanitaria, è che i posti letto sono stati tagliati ma, tutto, è rimasto fermo sul territorio. Niente ambulatori, solo poche felici esperienze. Come quella dei medici di famiglia che, a piazza Istria a Roma, hanno messo su una Unità di cure primarie, un ambulatorio aperto anche sabato e domenica. Nei primi quindici giorni di gennaio più di 200 richieste, 3bttratte al pronto soccorso perché non particolarmente gravi, e quasi 300 telefonate di persone in difficoltà. Una goccia nel mare. «Su circa 20-30 visite al giorno che un medico del pronto soccorso fa aggiunge Magnanti - almeno la metà non sono urgenze. Parliamo di febbre da un giorno, dermatiti da un mese, mal di gola. Queste richieste fanno rallentare il lavoro anche se vengono messe ovviamente dopo le emergenze autentiche. I pazienti gravi vengono visitati in tempi brevi ma poi, non trovando i letti, dobbiamo tenerli "parcheggiati" per ore e ore su una barella o una sedia. Molti pazienti ricoverati che hanno superato la fase acuta, invece di essere trasferiti in altri reparti, rimangono ad occupare posti preziosi. Così nasce l'intasamento». Cosi si creano i bivacchi che accendono le risse, che scatenano liti e, spesso, aggressioni. La stanza dei medici e degli infermieri come il fortino da attaccare, la rabbia che dilaga proprio dove dovrebbe regnare silenzio e pazienza.
    Dove, dicono gli oltre diecimila medici e circa trentamila infermieri che ci lavorano, «ci fanno lavorare dimenticandoci». Parli con i sanitari e ti dipingono una sorta di purgatorio. «Il pronto soccorsosi infervora Magnanti da più di dieci anni nell'emergenza - viene troppo spesso considerato come il transito per entrare in ospedale. Noi siamo pochi, le richieste sempre di più. Per giunta non siamo neppure più in grado di fronteggiare le aggressioni». Nel pronto soccorso c'è il tutto. E, per questo, si pensa che il tutto, spesso, sia possibile. Un mondo a parte, appunto. Dove ci sono i medici chiedono la vigilanza armata giorno e notte, quelli che non riescono a fare il riposo settimanale, quelli che non sanno comunicare con i malati, quelli il sabato e la domenica sono assaliti da mamme preoccupate per il mal di gola dei figli, quelli (tanti) che non riescono a trovare un posto letto in rianimazione, quelli che devono sedare le liti, quelli che (tanti) salvano le vite, quelli (tanti) che vorrebbero essere visitati almeno entro le tre ore dall'arrivo in ospedale.

    Fonte: Il Messaggero del 6.02.2011


  • 05/02/2011

    “Multe” ai medici che ricoverano troppo

    Stretta della Regione sulle degenze ospedaliere improprie: tariffe tagliate del 20% — Nuova stretta sui ricoveri impropri dei malati cronici in Lombardia. «Nel caso in cui il paziente venisse ospedalizzato inappropriatamente, perché il medico che lo segue non ha rispettato tutti gli step previsti dallo specifico protocollo di assistenza, la tariffa che riconosciamo al medico sarà decurtata del 15-20%». Lo ha spiegato il direttore generale Sanità della Regione Lombardia, Carlo Lucchina, in occasione del convegno «Integrazione tra i vari attori della sanità territoriale: prospettive di sviluppo», organizzato ieri al Pirellone da Regione, Sumai Assoprof e Teva Ratiopharm. «Nelle regole 2011 - ha ricordato Lucchina - abbiamo il cosiddetto «Creg» (Cronic related group), una sorta di Drg applicato all'assistenza dovuta ai malati cronici. Cid significa che determineremo una tariffa e che per vedersela riconosciuta per intero il medico - sia esso medico di medicina generale o specialista - deve seguire il paziente correttamente, senza potersi permettere inutili ricoveri e seguendo il corretto protocollo». Se il camice bianco del servizio sanitario regionale sgarra, verrà punito con il taglio della retribuzione. Un'ulteriore misura per il controllo dei costi superflui.

    Fonte: Il Giornale ed. Milano del 5.02.2011


  • 21/01/2011

    Il medico in ferie che lascia un sostituto deve risarcire i danni provocati

    Era in ferie, all'estero con il telefono staccato ma dovrà risarcire il danno per l'errore di diagnosi della sua sostituta che ha portato alla morte di una bambina di 10 anni per peritonite nel 2008. La decisione presa martedì dal tribunale di Firenze sta diventando un caso tra i pediatri e i medici di famiglia italiani. ll giudice, oltre a condannare per omicidio colposo rispettivamente a 1 anno e a 8 mesi la dottoressa che sostituiva la titolare della convenzione con l'azienda sanitaria e un medico di guardia, ha deciso che i responsabili civili siano tre. Oltre agli imputati del processo penale anche la professionista che, come prevede la convenzione con la Asl, si è fatta sostituire per andare in vacanza. Dovranno versare un anticipo di risarcimento altissimo ai familiari della bambina, quasi 3 milioni di euro. «La sentenza appare poco logica, oltre che del tutto inedita», dice il presidente dell'ordine dei medici di Firenze, Antonio Panti. «Ovviamente bisogna vedere le carte ma la responsabilità nella scelta del professionista da cui farsi sostituire ha senso solo quando c'è una gerarchia di medici, ad esempio in un reparto. Nel caso dei convenzionati (dottori di famiglia e pediatri, ndr) il sostituto è alla pari, un laureato in medicina». Giuseppe Mele, presidente della Fimp, il sindacato dei pediatri dice: «Esprimo solidarietà alla famiglia che ha perso la bambina. Però ogni professionista deve rispondere solo per i suoi atti medici. La colpa è solo soggettiva, non può essere oggettiva. E quando lo fosse toccherebbe al servizio sanitario nazionale pagare, tutelando la collega. Solleveremo un problema al ministero e alle strutture competenti perché in questo vediamo un trattamento di disparità. Del resto quando il pediatra non trova da solo un sostituto glielo deve reperire la Asl».

    Fonte: Repubblica del 21.01.2011


  • 19/01/2011

    La malasanità è europea: 4 milioni di infezioni e 37mila morti in corsia

    La malasanità nazionale è una bottega degli orrori. A Vibo Valentia che gli infermieri rubano i denti ai cadaveri: roba da pelle d'oca. Una volta, poco prima che al de cuius incustodito si spalancassero le porte dell'oltretomba, venivano ahimè sottratti oro ed oggetti di valore. Poi è arrivata la moda del commercio di organi, ora molari e canini: allo schifo non c'è mai fine e chissà a cosa ci toccherà ancora assistere. In Italia è tuttavia passata sotto silenzio dei media la denuncia-allarme lanciata dal commissario europeo alla salute Jhon Dalli dalle colonne del quotidiano tedesco Welt: "ogni anno in Europa si contano 4,1 milioni per infezioni ospedaliere e 37.000 decessi". Ci stracciamo le vesti per qualche morte da febbre suina, ma facciamo spallucce a un dato così sconvolgente fornito non da qualche sedicente osservatorio al soldo di qualcuno, ma dal ministro europeo competente. La cronaca nazionale è annientata dalle inchieste di Ilda la rossa sulle cosce di Ruby e le chiappe di Lele Mora: non possiamo certo pretendere che si discuta di cose serie. Le infezioni ospedaliere da Staphilococcus aureus (batterio ospedaliero) non assorbono certo la casistica della malpratice medica, ma ne costituiscono forse la categoria più facilmente eliminabile con maggior igiene e pulizia. Sicuramente l'intervista di Dalli è rimbalzata sulle scrivanie degli amministratori delegati delle compagnie assicurative a cui tocca l'arduo compito di far quadrare i bilanci, evitando che il rapporto premi-sinistri degeneri eccessivamente verso gli ultimi. Personalmente non maneggio con destrezza numeri, pil e assimilati, ma facendo il conto della serva, solo relativamente alla voce decessi, parliamo di una cifra pari a 11.100.000.000 (undici miliardi euro) e, per dare le proporzioni, a Mirafiori ci si azzuffa per un solo, e manco certo, miliardo. La malasanità fa notizia solo quando si tratta di raccontarne i particolari pruriginosi o finanche disgustosi. La statistica da mandare a ramengo il bilancio di una multinazionale viene nascosta rapidamente sotto il tappeto della Provvidenza qualche santo provvederà diceva sempre mio padre. Poi esauriti santi e macumbe Tremonti qualche tempo addietro ha decretato l'impignorabilità delle Aziende ospedaliere: casse vuote, rien ne va plus. La magistratura, che dovrebbe vigilare con rigore su problematiche così complesse, ha una posizione evidente: meglio che le procure s'impegnino a frugare tra gli slip di avvenenti fanciulle piuttosto che arrovellarsi tra pulciose cartelle cliniche. Vuoi mettere uno sta-phylococcus aureus con una velina? Il titolo del tg non lo si nega né al germe, né alla show girl. Poi però i batteri annoiano i nostri procuratori e, che ci scappi o meno il morto, il faldone si archivia. Non un cent vada speso per sanzionare i responsabili dei settemila connazionali annui deceduti per infezioni ospedaliere. I denari pubblici hanno finalità etiche e vanno investiti costi quel che costi nell'auscultazione delle prolusioni sessuali di miss Minetti. Anche Ilda ha imparato da Silvio: diffondiamo ottimismo. I connazionali frustrati dalla crisi saranno grati alla procura meneghina: meglio sesso, lazzi e giarrettiere che temi barbosi come la malasanità. I media si dedicheranno più volentieri ai presunti coiti di Silvio che alle migliaia di morti intra-moenia. Più inebriante. L'Ue e i soliti crocchi seri perdono tempo a lanciare allarmi per queste quisquilie, mentre noi italiani siamo in tutt'altro affaccendati: che sfrontatezza. Qualcuno ha avvisato il commissario Jhon Dalli, che ce la smena con la tutela dei diritti del malato, che l'unico diritto di ogni italiano è quello di vedere il Cavaliere crocefisso inchiodato dalle mani di Santa Ilda . Il resto non solletica la nostra magistratura, crepino pure in pace. Amen.

    Fonte: Libero del 19.01.2011


  • 04/01/2011

    Malasanità, in Calabria il record della vergogna

    Gli ultimi due sono neonati: una bimba di 28 giorni ed un piccolo appena venuto alla luce con un parto cesareo. Mancavano pochi giorni al 2011, quando in due ospedali di Cosenza si registravano gli ultimi casi di malasanità dell'anno. Ma è da molto più tempo che in Calabria si muore per cattiva assistenza, per gli ospedali fatiscenti, per la mancanza di posti letto ed ambulanze. Il primato della regione l'ha certificato, pochi giorni fa, la Commissione d'inchiesta sugli errori sanitari, presieduta da Leoluca Orlando. Il territorio dal Pollino allo Stretto è quello dove, in Italia, si muore di più per malasanità. Poi ci sono la Sicilia (63 e 43) seguita da Lazio (32 e 19) e Puglia (23 e 14). Complessivamente, 326 casi contati in tutto il Paese dalla Commissione parlamentare che si occupa di errori e disavanzi nella sanità. Settantotto di questi casi si sono registrati in Calabria e 59 hanno avuto come esito la morte del paziente. Nello specifico, ci sarebbero stati 64 errori sanitari, che in 49 casi avrebbero portato al decesso del paziente, ed in altre 14 circostanze ci sarebbero state altre criticità o disfunzioni di diversa natura che in 10 casi hanno avuto come esito il decesso del paziente. Su queste segnalazioni, la Commissione parlamentare d'inchiesta ha inoltrato una richiesta di relazione indirizzata al Presidente della Regione, Giuseppe Scopelliti, per avere informazioni volte a far luce sulle situazioni che hanno determinato l'eventuale criticità segnalata. Quindi il dato nazionale complessivo vede una morte sospetta ogni due giorni e di queste uno ogni quattro in Calabria. Dati allarmanti che non fanno stare sereni proprio per nulla i calabresi che si devono curare nella propria regione. Quindi una specie di Caporetto dei giorni nostri per quanto riguarda la sanità calabrese, che ogni giorno presenta «il conto» salatissimo per i suoi assistiti. Secondi in Italia per spesa pro capite sulla sanità, ma agli ultimi posti per la qualità dell'offerta nei servizi sanitari principali. I calabresi se la passano abbastanza male. Anche perché, la Calabria primeggia per emigrazione sanitaria. I calabresi spendono in media all'anno 3.110,2 euro pro capite. Praticamente, dalle nostre parti, si spende il triplo del Veneto. Numeri allarmanti, soprattutto per le tasche dei contribuenti. Infatti, con il varo del federalismo fiscale, la copertura integrale del deficit sarà a totale carico delle singole Regioni. In pratica quei 3 mila e passa euro dovranno venir fuori dalle tasche dei martoriati calabresi che non è che godano di buonissima salute negli altri settori. La relazione della Commissione d'indagine «sulla qualità dell'assistenza prestata dal servizio sanitario della Regione Calabria», datata 14 aprile 2008 era un elenco di situazioni sconcertanti: in 36 ospedali calabresi (su 39) furono trovate irregolarità, oltre alla mancanza di una rete d'emergenza. Per contro, abbondava in quasi tutti i nosocomi il personale amministrativo, proliferato oltre ogni decenza. In un caso, quello della Azienda sanitaria provinciale di Crotone, il prefetto Riccio scriveva così: «Su 1.980 dipendenti, 353 amministrativi sembrano veramente troppi», tanto più che «l'incidenza delle strutture private è straordinariamente elevata: il numero degli esami di laboratorio effettuati in ospedale è molto basso». Probabilmente con le stesse apparecchiature, e la stessa dotazione organica si possono raddoppiare o triplicare i fatturati (riducendo naturalmente i budget peri laboratori privati). I quali invece, annotava sconcertato il prefetto, «complessivamente forniscono oltre 732.000 prestazioni l'anno». Non parliamo poi degli ospedali della Piana di Gioia Tauro, i dipendenti sono 1.758 per 234 posti letto: 7,5 a letto, contro una media nazionale di 2,9. A Gioia Tauro, in ospedale ci sono 26 cuochi, anche se i pasti li porta una ditta esterna per soli 32 posti letto, in teoria quasi un cuoco per ogni paziente. Nell' Ospedale di Vibo Valentia, per 200 letti, lavorano ben 115 medici, 220 infermieri, 16 ausiliari e 10 tecnici. D'altronde qui per tantissimo tempo la 'ndrangheta con i suoi boss e gregari ha fatto da efficientissimo ufficio di collocamento per parenti e amici degli amici. Basti pensare che la Commissione parlamentare antimafia, nella relazione annuale 2008, scrive: «In un'azienda sanitaria lo Stato non è riuscito a far luce sul numero dei dipendenti e sul posto indicato in organico». Si parla di Locri, dove 13 medici, 23 tra tecnici ed infermieri e ventinove addetti alle pulizie sono parenti di boss, ma non è solo Locri così, ma nell'intera regione Calabria, dove si può ancora morire per un'appendicite o un ingessatura troppa stretta oppure perché mancano le ambulanze. Su episodi di mala sanità indagano le procure dell'intera regione: A Reggio Calabria, Locri e Palmi. A Lamezia Terme,Vibo e Catanzaro. A Cosenza, Rossano e Paola, ovvero un dato pesante. In Calabria 9 procure su 11 hanno aperto fascicoli per casi di presunta malasanità.

    Fonte: Il Giornale del 4.01.2011
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